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mercoledì 29 febbraio 2012

Montenegro oggi

 Montenegro oggi


        Secondo Tommas Hobbes, i membri di una comunità stipulano il contratto sociale per rendere la vita migliore  e garantirsi una sicura uscita dalla situazione del tipo " homo homini lupus est".
Forse la comunità montenegrina aveva una simile intenzione quando , il  21 maggio 2006, con il proprio voto ha posto in essere un Montenegro indipendente. Tuttavia, il problema si è creato nel momento in cui i montegrini hanno dovuto scegliere il proprio "Leviatano", un Leviatano capace di portarli  fuori dall' incubo degli anni '90. Purtroppo, non posso sostenere con sicurezza che i Montenegrini abbiano fatto la scelta giusta;
 il vero problema sta nel fatto che non mi sembra che siano in grado di riconoscere il proprio errore, oppure, non lo vogliono vedere.
        Il problema è in primo luogo  legato al modo in cui i montenegrini percepiscono il "potere " che hanno nelle loro mani e con il quale potrebbero cambiare la condizione in cui si trova il Montenegro oggi - il voto. Abituati al governo di una persona - il famoso "principe", ed ad un sistema autoritario di governo, negli  ultimi 100 anni, da quando è stato introdotto il sistema parlamentare, non hanno cambiato il noto ruolo degli osservatori passivi.
 La prova più chiara di questo stato mentale  è il fatto che neanche una volta al governo del Paese si è realizzata un' alternanza democratica, ossia non si è  mai verificata una vittoria  elettorale dell' opposizione.
Tale prassi non è  cambiata neanche dopo il 2006 ( l'anno in cui il Montenegro ha riconquistato lo status di stato indipendente ). Più precisamente, subito dopo le prime elezioni parlamentari si è potuto notare come la società montenegrina non sia maturata - è stato scelto il partito che governava già da 20 anni.Un cittadino straniero, che crede nelle istituzioni della democrazia, penserebbe che questa scelta sia il risultato di un modo molto efficace di svolgere le proprie funzioni da parte dei membri del partito di maggioranza. Però, penso che sia arrivato il momento di chiederci se sia davvero così.
          Prima di giungere alle conclusioni, dovrei esporre alcune considerazioni. Una di queste è che non si può dire che in Montenegro la libertà di esprimere il proprio pensiero sia pienamente realizzata ( ricorderei che si tratta di una delle libertà previste dalla Dichiarazione dei diritti dell' uomo e del cittadino del 1789, e oggi siamo nel 2010!). Per notare ciò, basta prestare attenzione alla modalità di funzionamento dei servizi pubblici di informazione. Anche se, oltre alla televisione statale, esistono quelle private, non c'e' un'effettiva differenza tra di esse, e tutte le infomazioni che hanno per destinatario il cittadino "medio" sono attentamente controllate. Ci sono solamente un paio di giornali che tendono a rappresentare la reale situazione in cui il Montenegro si trova. Tra l'altro, coloro che dovrebbero rappresentare la forza e la fonte di energia di uno stato giovane , gli studenti, da anni sono solamente osservatori passivi di tutto ciò che sta accadendo intorno a loro. Purtroppo, le condizioni generali della società sono tali per cui, anche se i giovani ricevono tutte le informazioni necessarie, una volta laureati,  non sono in grado di applicarle nella realtà oppure, pur avendo l'intenzione di utilizzarle per realizzare fini diversi da quelli del partito di governo, spesso non è loro possibile farlo. Inutile poi speculare sul fenomeno dell' apertura delle università private, della cui qualità in alcuni casi si potrebbe dubitare ( tra di esse c'è anche quella fondata dal Primo ministro e leader del partito maggioritario), per cui  oggi  sempre meno persone si iscrivono all'università pubblica. È da anni che dura il processo di "addormentamento" della comunità montenegrina, sicchè non mi sembra strano il fatto che il governo si riferisca ad essa definendola "noiosa". Evidentemente, nell'accezione usata dal governo , il termine corrisponde alla stabilità positiva della società, ma la mia opinione è che si tratti di una stabilità molto pericolosa.
        Proprio quella società noiosa subisce oggi le conseguenze del
processo di privatizzazione che sta cambiando profondamente l'economia del Montenegro. Anche se non ci sono informazioni precise al riguardo, fino al 2009 , si è realizzata la privatizzazione dell' 85% delle imprese pubbliche. A favore di chi sono state condotte le privatizzazioni  - se nell'interesse degli individui che governano oppure nell' interesse dell' intera comunità, solo il tempo lo dirà , però anche adesso si possono notare alcuni problemi, come quello della disoccupazione crescente. Questa società noiosa  non è stata in grado di partecipare attivamente al processo , e questo soprattutto perchè coloro che erano interessati non hanno avuto accesso alle informazioni cruciali. Anche se nel 2005 è stata approvata la legge sull' accesso libero all' informazione, le istituzioni statali si sono rivelate più che creative quando si è trattato di inventare nuovi modi per rendere inaccessibili i principali contratti di privatizzazione, i programmi sugli investimenti , sulla protezione dell'ambiente, etc. Come si può notare, i cittadini non hanno potuto partecipare direttamente al processo, ma in condizioni normali , grazie al parlamento e ai deputati, avrebbe potuto facilmente realizzarsi almeno una partecipazione indiretta . Nel 2007, infatti, è stata istituita la Commissione parlamentare per il controllo del  processo di privatizzazione , ma ci sono voluti 3 mesi per la sola elezione dei suoi membri (direi che basta questo a rendere superflue analisi più dettagliate sulla sua efficienza). L' intero processo di privatizzazione è stato seguito dal Consiglio per la privatizzazione , anch' esso un organo del parlamento montenegrino , che ha anche il compito dell' elaborazione di un progetto per l'impiego delle risorse ottenute con la vendita delle imprese statali. Nel 2006 le organizzazioni non governative hanno richiesto la pubblicazione del progetto , ma anche in questo campo non è ancora stato fatto nessun progresso.
      A parte i problemi che il Monetenegro ha sul piano interno, si potrebbe dire che sono stati fatti dei passi in avanti significativi nell'ambito dell' instaurazione delle relazioni con altri stati. Spero che presto il Montenegro diventi  stato membro dell ' Unione europea perchè ritengo che questo sia un passo fondamentale per un ulteriore sviluppo del Paese ( il 15 dicembre del 2008  è stata presentata la domanda di adesione) . Anche se in questo campo c'è bisogno di attuare tutta una serie di riforme, credo che tutte le instituzioni siano incluse  e  partecipino attivamente al raggiungimento  di questo fine. Il Montenegro è 192°  stato membro delle Nazioni Unite , è parte del Consiglio d'Europa etc. D'altra parte però,  i rapporti con i vicini non sono dei migliori. In primo luogo, mi riferisco alle relazioni  "zoppicanti" con Belgrado dopo il riconoscimento del Kosovo. Spero che la classe politica  montengrina capisca presto quali sono le vere priorità del Montenegro, e che comprendano anche che finchè i rapporti con i vicini rimangono instabili ed irrisolti , l'immagine del Montenegro come un   membro serio della communità internazionale, in grado di trattare tutti i problemi come uno stato sovrano, non si consoliderà.
       La soluzione di tutti i problemi che il Montenegro sta affrontando in questo momento è facile da individuare. La chiave che apre tutte le porte è il lavoro . Il potenziale non manca (dalle bellezze naturali uniche al mondo alle risorse idriche) , c'è bisogno solamente delle conoscenze necessarie ad usarlo bene, e per questa ragione lo dobbiamo concentrare nelle mani di individui più capaci e preparati. La mia opinione è siano i giovani, ricchi delle conoscenze e delle capacità necessarie, a poter portare il Montenegro fuori dal circolo vizioso. Si potrebbe dare un' interpretazione della nostra storia così come lo fa Adams, cioè dire  che i nostri genitori si sono occupati della politica e  della guerra per darci la possibilità di occuparci della matematica, filosofia, economia ecc. Forse è giunto il momento per loro di lasciare le posizioni che occupano in modo che anche noi possiamo fare la nostra parte di lavoro e creare la possibilità per le generazioni future di godere del Montenegro che meritano.
                             
                                                                Milanović Katarina
di seguito la versione in lingua originale

Crma Gora dabas

  

     Ako je vjerovati Tomasu Hobsu , članovi jedne zajednice sklapaju društveni ugovor ne bi li na taj način obezbijedili što bolji  život i siguran izlaz iz jedne "homo homini lupus est" situacije. Crnogorsko društvo je možda imalo sličnu namjeru kada je 21.-og maja 2006. godine svojim glasom oživjelo nezavisnu Crnu Goru. Medjutim,problem je nastao onog trenutka kada je trebalo izabrati "Leviatana" sposobnog da nas izvede iz mračnih devedesetih. Nažalost,ne bih mogla  tvrditi da su Crnogorci napravili pravi izbor , ali , što je još gore , rekla bih da nisu u stanju da uvide svoju grešku ili , najjednostavnije rečeno, odbijaju da je vide.
     Problem je usko vezan za način  na koji gradjani Crne Gore percepiraju moć koju imaju u svojim rukama i kojom bi mogli promijeniti stanje u današnjoj Crnoj Gori - svoj glas. Naviknuti na vlast pojedinca - gospodara i autoritarni način vladavine , ni u poslednjih 100 godina od kad je uveden parlamentarni sistem nisu promijenili dobro poznatu ulogu pasivnih posmatrača. Najjasiniji dokaz takvog stanja svijesti je činjenica da ni jednom nije došlo do demokratske smjene vlasti tj. ni jednom se nije dogodilo da opozicione snage pobijede na izborima. Ta je praksa nastavljena i nakon 2006. godine ( godina u kojoj Crna Gora ponovo dobija status nezavisne  države ) . Tačnije, odmah nakon prvih parlamentarnih izbora moglo se uočiti da se  crnogorsko društvo ne može okarakterisati kao zrelo - odabrana je partija koja je na vlasti već 20 godina. Inostrani  bi  gradjanin , onaj koji vjeruje u institucije demokratskog društva, mogao pomisliti da je to rezultat efikasnog i uspješnog obavljanja svih državnih poslova od strane članova vladajuće partije , ali mislim da je došao trenutak u kom se treba zapitati da li je baš tako .
       Prije svega,trebalo bi iznijeti nekoliko činjenica da bi mogli izvoditi bilo kakve zaključke. Jedna od njih je da se ne bi moglo reći da je u Crnoj Gori ostvareno , u pravom smislu riječi , pravo na slobodu misli i govora ( pravo koje je bilo predvidjeno i u Deklaraciji o pravima čovjeka i gradjanina davne 1789. godine , a napomenula bih da je 2010.godina! ) .Da bismo to uočili , dovoljno je obratiti pažnju na način  funkcionisanja  medija. Iako pored državne televizije postoji još par privatnih , razlika se ne može uočiti i  informacije koje stižu do običnog gradjanina , u oba slučaja , strogo su kontrolisane. Postoji samo par dnevnih novina  koje   pokušavaju  da predstave  stanje u kojem se Crna Gora stvarno nalazi. S druge strane , oni koji bi trebalo da predstavljaju  snagu i izvor energije jedne mlade države, studenti, već odavno su samo pasivni posmatrači svega što se odvija u njihovoj okolini. Nažalost , stanje u društvu  je takvo da iako ovi mladi ljudi dobijaju sve informacije koje su im potrebne,  nakon završenih studija ili nisu u stanju da ih upotrijebe u praksi ili , ukoliko imaju namjeru da ih upotrijebe zarad  ciljeva koji se razlikuju od onih predodredjenih od strane vladajuće partije , često bivaju spriječeni u tome. Suvišno je govoriti o fenomenu otvaranja  brojnih privatnih univerziteta, ( medju kojima je i onaj osnovan od strane Premijera i lidera vladajuće partije ) ali činjenica je da se sve manji broj mladih odluči da upiše državni univerzitet .Već godinama traje proces "uspavljivanja" crnogorskog društva, tako da nije ni čudo što smo došli do trenutka kada članovi vladajuće koalicije upotrebljavaju termin " dosadno" da bi ga okarakterisali. Naravno da u njihovoj interpretaciji  termin dosadno ima pozitivnu konotaciju ( kao stabilno,sigurno )  , ali moje je mišljenje da se radi o stabilnosti koja je negativna i izuzetno opasna.
     Uparavo to " dosadno " društvo već uveliko "trpi" posledice procesa privatizacije državnih kompanija koji u potpunosti mijenja ekonomiju Crne Gore. Iako nema tačnih podataka, smatra se da je do kraja 2009. godine 85% državnih preduzeća privatizovano. U čiju su korist obavljenje te privatizacije - u korist pojedinaca koji su na vlasti ili ,pak,  u korist gradjana,samo će vrijeme pokazati , ali već se mogu uočiti problemi kao što je veliki broj nezaposlenih . To isto "dosadno” društvo ,medjutim,nije bilo u mogućnosti da aktivno učestvuje u procesu privatizacije, tako da zainteresovani gotovo da nisu mogli doći do ključnih informacija  . Iako je još 2005. godine donešen Zakon o slobodnom pristupu informacijama , državne institucije su bile i više nego maštovite u osmišljavanju  načina da onemoguće pristup ključnim ugovorima o privatizaciji, investicionim , socijalnim i programima zaštite životne sredine. Kao što se može uočiti , gradjani nisu bili u mogućnosti da neposredno učestvuju , ali zahvaljujući Parlamentu i poslanicima , u normalnim uslovima, bilo bi moguće to učiniti na posredan način. Tako je 2007. godine osnovana pri Skupštini i Komisija za praćenje i kontrolu postupka privatizacije i bila su potrebna čak puna 3 mjeseca ne bi li se odabrali njeni članovi, pa je suvišno govoriti o efikasnosti ovog načina kontrole procesa privatizacije. Kompletan proces je praćen od strane Savjeta za privatizaciju , takodje organa Skupštine Crne Gore , koji je zadužen i za formulisanje predloga načina korišćenja sredstava ostavrenih prodajom državnog kapitala . Još 2006 . godine nevladine organizacije su zatražile objavljivanje  predloga, ali na ovom polju još uvijek nije ništa ostavreno.
      Pored ovih unutrašnjih poteškoća , reklo bi se da je Crna Gora uspješna kada je u pitanju uspostavljanje medjunarodnih odnosa . Nadam se da će ubrzo postati  Zemlja članica Evropske unije ( 15. decembra 2008. godine podnijela je zahtjev za članstvo u Evropskoj uniji) .Iako je na ovom polju potrebno raditi jako puno,mora se priznati da je samo članstvo od velikog značaja za dalji razvoj i čini se da su sve institucije na pravi način uključene u proces sprovodjenja neophodnih reformi ne bi li se taj cilj jednog dana  uspješno ostvario.Crna Gora je i   192. -ga  Zemlja članica  Ujedinjenih nacija , članica je i Savjeta Evrope  itd. Medjutim, paradoksalna je činjenica da odnosi sa zemljama iz regiona  i ne funkcionišu najbolje. Na prvom mjestu mislim na "zategnute"  diplomatske odnose sa Beogradom nakon nedavnog priznanja nezavisnog Kosova. Nadam se da če državni vrh Crne Gore  uskoro uvidjeti koji su stvarni prioriteti Crne Gore i da će shvatiti da dok god odnosi sa susjedima ostanu neriješeni i nestabilni , slika Crne Gore kao ozbiljne članice medjunarodne zajednice , koja je u stanju da se izbori sa svim problemima na način na koji dolikuje jednoj suverenoj državi , neće biti izgradjena.
         Riješenje svih problema s kojima se Crna Gora u ovom trenutku suočava je lako pronaći. Ključ koji otvara sva vrata je rad. Potencijala ne nedostaje ( od prirodnih ljepota koja su jedinstvene u svijetu pa do zaliha vode ), samo ga treba znati iskoristiti i , naravno , treba ga predati u  prave ruke , u ruke onih koji su najsposobniji.Moje je  mišljenje da su to mladi ljudi puni znanja i vještina koje su nam neophodne ne bi li napokon izašli iz začaranog kruga . Neka bude , kao što kaže Adams, da su se naši preci   bavili politikom i ratovima ne bi li nama stvorili uslove da se bavimo ekonomijom , matematikom , filozofijom itd. Vrijeme je da nam napokon ustupe svoja mjesta ne bi li i mi obavili naš dio zadatka i tako svorili budućim generacijama mogućnost  da uživaju u Crnoj Gori kakvu zaslužuju.

                                                                      Milanović Katarina

La fidèlitè du militaire


CF Jean-Marc Bordier






Le militaire doit-il sans condition obéir à l’autorité politique ?
C’est pour donner quelques éléments de réponse à cette question complexe que deux exemples seront tirés de l’histoire de France pour essayer d’en extraire des conclusions dont l’objectif n’est pas de répondre de manière définitive à cette problématique mais de susciter une réflexion personnelle.

L’Armistice de juin 1940
La situation extrêmement compliquée devant laquelle se trouvent les militaires italiens au moment de l’armistice de septembre 1943 peut, à bien des égards, être comparée à celle devant laquelle se trouvent les militaires français après l’armistice de juin 1940. Alors que nombre militaires français n’ont pas combattu (l’ensemble de la marine française par exemple), quelques semaines seulement après le début des hostilités réelles avec l’Allemagne, le maréchal Pétain, héros de la première guerre mondiale, symbole de la résistance héroïque de Verdun et arrivé au pouvoir après la démission du gouvernement de Paul Reynaud le 16 juin 1940, dans une allocution radiodiffusée le 17 juin 1940[2], demande aux militaires français de cesser de combattre pour préserver la France et sa population de malheurs inutiles ; il est par ailleurs convaincu que l’Angleterre serait vaincue rapidement et que l’Allemagne sortirait vainqueur du conflit.
En écho au discours du maréchal Pétain du 17 juin 1940, le général de Gaulle, alors inconnu de la population française, lance un appel radiodiffusé de Londres le 18 juin 1940[3], enjoignant les Français, non pas à déposer les armes, mais à continuer le combat contre les forces de l’Axe. Pour avoir désobéi au pouvoir « légitime », il est condamné à mort par le régime de Vichy que le maréchal Pétain préside. Aujourd’hui, on parle souvent de « juste désobéissance » pour qualifier l’action du général de Gaulle en juin 1940.

Comment donc et pourquoi, deux officiers qui sortent de la même école, qui partagent le même socle de valeurs, la même culture, ayant une très haute idée de la France, une haute conception de l’Honneur, arrivent à avoir deux positions tellement opposées devant une telle situation ?
Parce que l’obéissance a une limite, qui n’est pas nécessairement liée à la formation académique que l’on reçoit dans les écoles ou aux contrats d’engagement que l’on peut signer, mais liée plus certainement à notre culture propre, notre éducation, notre sens de l’Honneur, notre amour de la Patrie, notre religion lorsqu’on en a une, la Morale si on en a besoin, nos intérêts, nos ambitions. La clé de l’opposition entre le maréchal Pétain et le général de Gaulle est que le premier agit comme un politique, en fonction de ce qui lui semble être l’intérêt général (éviter les victimes inutiles, préserver la France d’une occupation totale), lorsque le second agit avec son cœur, « ses tripes », en fonction de ce qui lui semble être le Bien Commun (refus catégorique de la défaite face à une idéologie qu’il rejette en bloc car contraire à ses valeurs fondamentales).

Le putsch des généraux d’avril 1961 en Algérie
Le samedi 22 avril 1961, les généraux Challe, Salan, Zeller et Jouhaud, avec l'appui du 1er régiment de parachutistes, commettent un coup de force à Alger. Ce putsch fait suite à la conférence de presse du 11 avril 1961, où de Gaulle justifie sur un ton, jugé désinvolte, la décolonisation de l'Algérie par ce qu'elle coûte à la France. Ceci est ressenti comme une provocation chez les tenants de l'Algérie française, qui tentent de refaire le 13 mai 1958 (chute de la IVème République, arrivée au pouvoir du général de Gaulle). Par l'allocution du 23 avril[4], de Gaulle, en uniforme militaire, informe la Nation qu'il assume les pleins pouvoirs prévus par l'article 16 de la Constitution de la Vème République. Diffusé par les postes à transistors en Algérie, ce discours jalonné de formules frappantes encourage la désobéissance des soldats du contingent aux officiers putschistes et intimide les hésitants. Discours capital, l'allocution du 23 avril fait tourner court la rébellion.

Les généraux putschistes se sentent trahis par de Gaulle et ne veulent pas être les complices passifs d’un pouvoir politique métropolitain accusé d’être parjure, qui semble ignorer les intérêts de tant de Français vivant en Algérie, qui semble prêt à se séparer d’un morceau de France alors que la victoire militaire sur les forces adverses est largement à portée de main. Obéir au régime légitime leur devient insupportable et par un acte désespéré, ils désobéissent avec fracas, emmenant avec eux plusieurs officiers et régiments.


Conclusion
En temps de paix, la fidélité, l’obéissance au chef est facile et ne pose pas de difficulté. La situation se complique de manière notable en temps de crise ou de guerre : le militaire, qui se sent trahi, abandonné, peut être tenté de ne pas obéir aux ordres reçus des autorités politiques, ou bien parce qu’il les trouve contraires à l’honneur, aux idéaux qu’il défend, ou bien parce que les politiques ne sont pas considérés comme légitimes ou dignes d’être obéis.

L’obéissance au chef a donc une limite, un point de rupture. Ce dernier est bien sûr personnel et est très difficile à définir de manière précise, a priori. Il dépend d’un nombre important de facteurs sur lesquels une réflexion personnelle est sans doute importante pour nous, militaires. Face à une situation donnée, face à un choix difficile, quelle est la mesure dont je me sers pour prendre ma décision : mon éducation ? mes valeurs ? l’honneur ? ma religion ? la loi ? mon courage ? mes convictions ? mes intérêts ? mon bien-être ? l’intérêt général ? le Bien Commun ?
Une réponse claire à cette question serait de nature à déterminer notre point de rupture et améliorer la connaissance que nous avons de nous-mêmes.
Mais sommes nous réellement prêts à effectuer objectivement cette introspection ?

Annexe
Discours radiodiffusé du maréchal Pétain, le 17 juin 1940

"Français !
A l'appel de Monsieur le Président de la République, j'assume à partir d'aujourd'hui la direction du gouvernement de la France. Sûr de l'affection de notre admirable armée qui lutte, avec un héroïsme digne de ses longues traditions militaires, contre un ennemi supérieur en nombre et en armes. Sûr que par sa magnifique résistance, elle a rempli nos devoirs vis-à-vis de nos alliés. Sûr de l'appui des Anciens Combattants que j'ai eu la fierté de commander, sûr de la confiance du peuple tout entier, je fais à la France le don de ma personne pour atténuer son malheur.
En ces heures douloureuses, je pense aux malheureux réfugiés qui, dans un dénuement extrême, sillonnent nos routes. Je leur exprime ma compassion et ma sollicitude. C’est le cœur serré que je vous dis aujourd'hui qu'il faut cesser le combat. Je me suis adressé cette nuit à l'adversaire pour lui demander s'il est prêt à rechercher avec nous, entre soldats, après la lutte et dans l'Honneur, les moyens de mettre un terme aux hostilités. Que tous les Français se groupent autour du Gouvernement que je préside pendant ces dures épreuves et fassent taire leur angoisse pour n'écouter que leur foi dans le destin de la Patrie."

Discours radiodiffusé du général de Gaulle, le 18 juin 1940
"Les chefs qui, depuis de nombreuses années, sont à la tête des armées françaises, ont formé un gouvernement. Ce gouvernement, alléguant la défaite de nos armées, s'est mis en rapport avec l'ennemi pour cesser le combat.
Certes, nous avons été, nous sommes, submergés par la force mécanique, terrestre et aérienne, de l'ennemi. Infiniment plus que leur nombre, ce sont les chars, les avions, la tactique des Allemands qui nous font reculer. Ce sont les chars, les avions, la tactique des Allemands qui ont surpris nos chefs au point de les amener là où ils en sont aujourd'hui.
Mais le dernier mot est-il dit ? L'espérance doit-elle disparaître ? La défaite est-elle définitive ? Non !
Croyez-moi, moi qui vous parle en connaissance de cause et vous dis que rien n'est perdu pour la France. Les mêmes moyens qui nous ont vaincus peuvent faire venir un jour la victoire. Car la France n'est pas seule ! Elle n'est pas seule ! Elle n'est pas seule ! Elle a un vaste Empire derrière elle. Elle peut faire bloc avec l'Empire britannique qui tient la mer et continue la lutte. Elle peut, comme l'Angleterre, utiliser sans limites l'immense industrie des Etats-Unis.
 Cette guerre n'est pas limitée au territoire malheureux de notre pays. Cette guerre n'est pas tranchée par la bataille de France. Cette guerre est une guerre mondiale. Toutes les fautes, tous les retards, toutes les souffrances, n'empêchent pas qu'il y a, dans l'univers, tous les moyens nécessaires pour écraser un jour nos ennemis. Foudroyés aujourd'hui par la force mécanique, nous pourrons vaincre dans l'avenir par une force mécanique supérieure. Le destin du monde est là.
Moi, Général de Gaulle, actuellement à Londres, j'invite les officiers et les soldats français qui se trouvent en territoire britannique ou qui viendraient à s'y trouver, avec leurs armes ou sans leurs armes, j'invite les ingénieurs et les ouvriers spécialistes des industries d'armement qui se trouvent en territoire britannique ou qui viendraient à s'y trouver, à se mettre en rapport avec moi.
Quoi qu'il arrive, la flamme de la résistance française ne doit pas s'éteindre et ne s'éteindra pas.
Demain, comme aujourd'hui, je parlerai à la Radio de Londres."

Discours radiodiffusé du général de Gaulle, le 23 avril 1961
Un pouvoir insurrectionnel s'est établi en Algérie, par un pronunciamento militaire. Les coupables de l'usurpation ont exploité la passion des cadres de certaines unités spéciales, l'adhésion enflammée d'une partie de la population de souche européenne, égarée de craintes et de mythes, l'impuissance des responsables submergés par la conjuration militaire. Ce pouvoir a une apparence, un quarteron de généraux en retraite ; il a une réalité, un groupe d'officiers partisans, ambitieux et fanatiques. Ce groupe et ce quarteron possède un savoir-faire limité et expéditif, mais ils ne voient et ne connaissent la nation et le monde, que déformés au travers de leur frénésie. Leur entreprise ne peut conduire qu'à un désastre national. Car l'immense effort de redressement de la France, entamé depuis le fond de l'abîme, le 18 juin 1940, mené ensuite en dépit de tout jusqu'à ce que la victoire fut remportée, l'indépendance assurée, la république restaurée, repris depuis trois ans afin de refaire l'Etat, de maintenir l'unité nationale, de reconstituer notre puissance, de rétablir notre rang au dehors, de poursuivre notre œuvre outre-mer à travers une décolonisation, tout cela risque d'être rendu vain à la veille même de la réussite par l'odieuse et stupide aventure d'Algérie. Voici que l'Etat est bafoué, la nation bravée, notre puissance dégradée, notre prestige international abaissé, notre rôle et notre place en Afrique compromis, et par qui ? Hélas ! hélas ! hélas ! Par des hommes dont c'était le devoir, l'honneur, la raison d'être de servir et d'obéir. Au nom de la France, j'ordonne que tous les moyens, je dis tous les moyens, soient employés partout pour barrer la route à ces hommes-là, en attendant de les réduire. J'interdis à tous Français, et d'abord à tous soldats, d'exécuter aucun de leurs ordres. L'argument suivant lequel il pourrait être localement nécessaire d'accepter leur commandement, sous prétexte d'obligations opérationnelles ou administratives, ne saurait tromper personne. Les chefs civils et militaires qui ont le droit d'assumer les responsabilités sont ceux qui ont été nommés régulièrement pour cela, et que précisément les insurgés empêchent de le faire. L'avenir des usurpateurs ne doit être que celui que leur destine la rigueur des lois. Devant le malheur qui plane sur la patrie, et devant la menace qui pèse sur la République, ayant pris l'avis officiel du Conseil Constitutionnel, du Premier Ministre, du Président du Sénat, du président de l'Assemblée Nationale, j'ai décidé de mettre en œuvre l'article 16 de notre Constitution. A partir d'aujourd'hui, je prendrai, au besoin directement, les mesures qui me paraîtront exigées par les circonstances. Par là même, je m'affirme en la légitimité française et républicaine qui m'a été conférée par la Nation, que je maintiendrai quoiqu'il arrive jusqu'au terme de mon mandat ou jusqu'à ce que viennent à me manquer soit les forces soit la vie, et que je prendrai les moyens de faire en sorte qu'elles demeurent après moi. Françaises, Français, voyez où risque d'aller la France par rapport à ce qu'elle était en train de redevenir. Françaises, Français, aidez moi!





[1] Cette courte note fait suite au cours du général Coltrinari sur l’apprentissage de la méthode historique. Ecrite à sa demande,  elle a pour objectif modeste de susciter une réflexion sur le thème général de la fidélité du militaire.
[2] Texte intégral reproduit en annexe
[3] Texte intégral reproduit en annexe
[4] Texte intégral reproduit en annexe

lunedì 20 febbraio 2012

Prima di proporre una nuova idea, pensaci

Ogni Nuova Idea passa attraverso tre stadi

All’inizio chi la propone viene ridicolizzato da coloro i quali ne ignorano il potenziale


Successivamente viene sabotata da coloro i quali si sentano minacciati dal suo potenziale


Infine, quando si imposta, viene considerata ovvia.


Paul Moller
Inventore delle SKYcar

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Il 14 e il 15 aprile p.v si terrà il Consiglio Nazionale della Associazione a Chianciano.

martedì 31 gennaio 2012

Condoglianze

La Sezione Studenti e Cultori della Materia esprimono a Vittorio Scarlino ed alla sua Famiglia le più sentite condoglianze per la scomparsa del proprio Fratello, Mario.

Storia Postale

ISTITUTO DI STUDI STORICI POSTALI onlus

ha organizzato l’VIII Colloquio nazionale
La sicurezza nella storia postale
Cifrature, censure, lettere nascoste, scritture celate,
bolli anonimi

Sabato 26 febbraio 2011

PALAZZO DATINI
via Ser Lapo Mazzei 43

59100 Prato


Programma:
ore   9,00 – intervento delle autorità, saluti e apertura del colloquio
ore   9,40 – relazioni e comunicazioni:

Armando Serra – Segnalazione ottica nell’Italia napoleonica
Fabio Vaccarezza – Spy stamps nella seconda guerra mondiale
Adriano Cattani – Daniel Morosini prigioniero dei turchi: la sua corrispondenza cifrata
Flavio Riccitelli – Posta aerea transatlantica e censura 1939-1945
Claudio Manzati – “Il segreto epistolare”, L’ultima opera di Giovanni Riggi di Numana
Francesco Ruvolo – Garibaldi, Bosco e il telegrafo
Mario Coglitore – 1928: circolari riservate per il controllo della stampa
Franco Filanci – Fondini di sicurezza
Lorenzo Carra –  Sotto il francobollo
Enrico Bertazzoli – Scritture celate: stratagemmi per corrispondere segretamente
● Bruno Crevato-Selvaggi – Dalmazia 1919. L’affare Visegrad e Godollo
● discussione
ore 14,00 – fine dei lavori

Il Colloquio ha rappresentato, come i precedenti, una proficua occasione d’incontro fra accademici e privati studiosi su temi di storia postale di reciproco interesse. È aperto a tutti e la partecipazione è gratuita.
Per informazioni ulteriori rivolgersi alla segreteria dell’Istituto di studi storici postali, via Ser Lapo Mazzei 37, tel. 0574 604571, e-mail issp@po-net.prato.it 

Dalla Guardia di Finanza

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Federazione Nazionale Consumatori e Utenti
Aderente alla Confederazione Consumatori Utenti
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TRUFFA: SE RIESCI INOLTRA A PIU' PERSONE
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lunedì 30 gennaio 2012

Come si ricostruisce un avvenimento militare con il metodo storico: il volume


Il Volume è la base della Collana Storia in Laboratorio. Riporta lo schema analitico e sintetico dedicati alla guerra classica, alla guerra rivoluzionaria, alla guerra sovversiva, oltre che alle peace support operation. In annesso riporta lo schema per la stesura di una tesi di laurea (triennale o specialistica) e di dottorato.

Si riporta l'indice:

I   -  Presentazione
II  -  Prefazione
III -  Ringraziamenti
IV -  Nota dell’Autore
V   -  Indice
Premessa
1.0 – L’approccio adottato
1.1 -  Scopo e Finalità della Ricerca

Capitolo I  -    Storia in Laboratorio
1.        Lineamenti generali
2.        Lineamenti particolari:le date di riferimento
3.        Lineamenti particolari: le modalità esecutive

Capitolo II  La teoria e la  tecnica procedurale
   a. La Teoria.
1.        La Storia quale passato e quale conoscenza del passato
2.        La Storia quale conoscenza
3.        Le Fonti Storiche
4.        Le partizioni della Storia
5.        Relazione Storia e Storiografia. La funzione dello Storico
6.        La filosofia della Storia
7.        Il concetto di svolgimento
8.        La Storia Militare
    b. La Tecnica Procedurale
          1. Premessa
          2. Partizione metodologica
          3. Le operazioni preliminari
          4. La ricerca e la raccolta del materiale di studio
          5. La critica
          6  La comprensione o sintesi
          7. L’ esposizione

Capitolo III – La ricostruzione di un avvenimento militare. La guerra ClassicaIntroduzione
1. La Premessa
2. I Belligeranti. Le Origini del conflitto
3. L’avvenimento Militare - La Situazione Generale
4. La Situazione Particolare
5. L’avvenimento Militare . Gli avvenimenti
6. Ammaestramenti

Capitolo IV  – La ricostruzione di un avvenimento militare. La guerra rivoluzionaria e/o sovversiva 
Introduzione
1. La Premessa
2. Situazione Generale delle parti in Conflitto
3. Origine del Conflitto
4. La Situazione Iniziale
5. Gli Avvenimenti Bellici
6. Considerazioni finali e ammaestramenti

Capitolo V – La ricostruzione di un avvenimento militare nelle operazioni di sostegno alla pace
Introduzione
1. La Premessa
2. Situazione Generale delle parti
3. Origine dell’intervento
4. La Situazione Iniziale
5. Gli avvenimenti Bellici e non bellici
6. Considerazioni finali e ammaestramenti

Capitolo VI-  La documentazione a corredo
Introduzione
1.         Presentazione; Note dell’Autore; Ringraziamenti;  L’approccio Adottato; Scopo e finalità della ricerca;  La
Prefazione, La postfazione;  Introduzione.
        2.      Appendice; Documenti; Indice dei Nomi; Indice dei Nomi di Località; Indice dei nomi delle Unità e dei Reparti;
                 Fotografie, Carte, Mappe; Rappresentazioni Grafiche;  Bibliografia

Conclusione

Postfazione
Bibliografia
Indice dei Nomi


 Il Volume è disponibile in ogni libreria. Presso l'Università la Sapienza, ai Chioschi Gialli. Costo18,50.
Per ordini diretti: ordini@nuovacultura.it; per informazioni ricerca23@libero.it
Ulteriori approfondimenti: http://www.storiainlaboratorio.blogspot.com/.

mercoledì 7 dicembre 2011


A tutti i soci della Sezione
Sono in corso delle ricerche riguardanti la presenza italian in Albania dal 19143 al 1945
in Particolare:
 1) Il Ruolo del gen. Ambrosio, Capo delle Forze Armate Italiane nel settembre-ottobre 1943, e il salvataggio della Divisone "Perugia"

2) Gli anni 1945 e 1946 e l'azione del partito Comunista Albanese nei confornti degli Italiani in applicazione degli Accordi Palermo Hcha del 1944



Nota Informativa

Avviso

Per motivi tecnici il blog non è stato aggiornato nei mesi di agosto, settembre, ottobre e novenbre 2011. I relativi post saranno pubblicati appena possibile

lunedì 18 luglio 2011

Corrado Campana in Germania

Una delegazione costituita da 25 Ufficiali frequentatori del 13°Corso ISSMI e da 2 Tutors, guidata dal Capitano di Fregata Corrado Campana, si è recata presso la Führungsakademie der Bundeswehr – l’Istituto di alta formazione degli Ufficiali delle Forze Armate tedesche sito ad Amburgo – per lo svolgimento della esercitazione CJEX (Combined Joint European Exercise 2011), una attività addestrativa svolta congiuntamente dall’Istituto Superiore di Stato Maggiore Interforze e dagli omologhi Istituti di Germania, Francia, Spagna e Regno Unito.
Questa esercitazione, che rappresenta il momento culminante del Corso, consiste in una intensa e complessa attività di pianificazione di una operazione militare svolta da JOPGs (Joint Operational Planning Groups) internazionali costituiti da Ufficiali appartenenti alle diverse Forze Armate di tutte le Nazioni partecipanti, secondo uno scenario fittizio ma realistico che include, oltre alle problematiche tipicamente operative di minaccia convenzionale e asimmetrica, aspetti relativi alla gestione dei rapporti con i Media e gli organi di informazione (Public Information), con le Organizzazioni Internazionali e Non Governative (IO/NGO) e di cooperazione Civile-Militare (CIMIC).
Questa attività è finalizzata ad uniformare ed armonizzare le procedure seguite nel processo di pianificazione utilizzate nel contesto europeo, mantenendo e migliorando il livello di coordinamento tra i singoli Paesi, e a questo scopo i frequentatori della delegazione italiana ad Amburgo, insieme alle analoghe rappresentanze di Francia, Spagna e Regno Unito, hanno operato in maniera integrata con i frequentatori appartenenti alle Forze Armate tedesche sotto la guida dei Tutors di ciascuna nazione e dei Senior Mentors della Führungsakademie.
( Dal sito delMinistero della Difesa - Marina)

Vita di Sezione

Avviso a tutti i soci

Con la data odierna riprendono le immissioni di post su questo blog. La causa della interruzione è da collegarsi alle attività procedurali previste dal Regolamento e dallo Statuto della Associaizone a seguito delle elezioni generali. Queste sono state completate e pubblicheremo quanto dovuto al più presto. Intanto iniziamo a inseire post relativi alla attività di ricerca e studi della Sezione, iniziando, come già fatto, riguardo alla vicenda della Probitas affondata nel settembre 1943 davanti a Santi Quaranta emtre erano in corso le operazioni di sostegno alla divisioe "Perugia"

Il Relitto della Probitas

Caro Coltrinari
Non so se è a conoscenza del fatto che a luglio dello scorso anno alcuni sub hanno individuato nella baia di Sarande il relitto della Probitas.
Hanno condotto una esplorazione sulla nave affondata, come è noto, il 25 settembre 1943 a seguito dei ripetuti bombardamenti condotti dagli aerei tedeschi.
Ironia della sorte l’ordine di imbarco prevedeva che ad imbarcarsi per primo doveva essere proprio il II Btg. “Ciclisiti”……
Comunque sono in  contatto con i sub che hanno condotto l’esplorazione ed ho anche le foto.
Particolare interessante è che la nave non si trova nel porto bensì in rada. E questo lo sapevamo. Quello che però che non sapevamo (almeno io non lo sapevo) è che la nave ha le ancore praticamente issate. In altri termini mi spiegava il sub, che è un esperto sottufficiale di Marina, la nave non era ferma ma, probabilmente, era già in condizione di manovrare e stava manovrando.
Da ricerche condotte risulta che la mattina successiva entra in rada il MAS 516 con nuovi ordini per la “Perugia”. Si ma quali erano gli ordini? Ma gi ordini di portarsi a Porto Palermo non erano già stati recapitati con un aereo? Lei ha notizie più precise in merito?
Lo scorso 7 ottobre sono stato a Kuç per celebrare l’anniversario della fucilazione (con me c’era anche Gustavo Lanza nipote dell’omonimo colonnello comandante il 129°) e poi mi sono spinto fino a Sarande dove ho visitato baia Limione. Li non c’è niente che ricordi l’eccidio di Chiminello e dei suoi ufficiali. Peccato. Solo qualche vecchio pescatore ricorda il massacro dei soldati italiani. Eppure quei luoghi sono rimasti immutati. Avevo con me le due foto scattate dai tedeschi durante la fucilazione di Chiminello e Bernardelli. I luoghi sono perfettamente riconoscibili.
Brutta storia quella della “Perugia”: abbandonata oggi come allora!
Nei suoi libri ha sempre con coraggio sostenuto la tesi dell’abbandono della “Perugia”, in ultimo al convegno “Settembre 1943 - La Tragedia della Divisione Acqui a Cefalonia” dove, parlando della “Perugia”,  ha evidenziato che l’argomento è “pericoloso” e può mettere in discussione la carriera o l’interesse di qualche maggiorente, più o meno importante, non esiste ricordo, storia o altro che tenga: l’argomento va evitato, affossato, cancellato”. Potrebbe essere più preciso in merito. In altri termini lei conosce i nomi dei “maggiorenti”?

Spero di poterla risentire presto
Vincenzo Rago