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mercoledì 29 febbraio 2012

La situazione delle truppe tedesche in Italia



Giovanni Cecini
La guerra parallela dell’Italia fascista, divenuta in breve guerra subalterna della Germania nazista, mostra con particolare drammaticità il perenne e malcelato senso d’insofferenza e sospetto, che regnava tra i due alleati dell’Asse. Per questi motivi, al pari del clima di sfiducia regnante tra Vienna e Berlino a partire dal 1916 per via di una possibile richiesta austriaca di pace, questa volta nel bel mezzo del Secondo conflitto mondiale Roma veniva tenuta sotto osservazione dall’Alto comando germanico, dai funzionari e dagli agenti del servizi segreti nazisti in relazione a un possibile tradimento italiano.
Rispetto agli anni del massimo consenso, a seguito dell’entrata in guerra e dell’immediata serie di cocenti sconfitte, a partire dall’autunno del 1940 Mussolini si sentì franare la terra sotto ai piedi nel gioco dell’autorevolezza interna ed esterna. In tale logica va intesa quindi la preoccupazione che Hitler e i suoi generali iniziarono a nutrire nei confronti della sorte dell’imprudente Duce e del suo regime. Il Führer aveva una fiducia quasi cieca per il vecchio maestro, ma possibili disgrazie politiche, come una sollevazione popolare o il ripristino delle prerogative costituzionali da parte del re e imperatore, appoggiato dai sempre più insofferenti capi militari, rappresentavano una rischiosa incognita sulla prosecuzione dello sforzo bellico dell’Italia. Alle basi di questi forti timori vi erano non tanto quindi ragioni tattico-operative, vista la sostanziale inaffidabilità del contributo militare italiano, quanto motivazioni strategiche, considerato che uno sganciamento di Roma avrebbe pericolosamente aperto il fianco mediterraneo a una probabile e rapida avanzata continentale degli Anglo-americani.
Lo stesso Mussolini, consapevole che gli equilibri politici interni erano sempre sul punto di lacerarsi, in un frammisto di autocompatimento e desiderio di rivalsa continuò a chiedere con insistenza a Hitler truppe e materiali da poter impiegare sui fronti interessati dalle Regie Forze Armate. Durante l’incontro avvenuto ai primi di aprile del 1943 nel castello di Klessheim, presso Salisburgo, il Duce consigliò di giungere ad un armistizio con i sovietici per concentrare tutte le forze contro le democrazie occidentali. Il Führer non volle sentir ragioni, convinto che l’avamposto tunisino sarebbe stato un baluardo insormontabile, da dove l’Asse avrebbe riguadagnato tutti i territori perduti in Africa, tanto da risollevare le sorti della guerra.
Per tali motivazioni a partire da quel momento la presenza germanica nella Penisola crebbe a dismisura, paventando non tanto uno stanziamento difensivo di supporto alle operazioni oltremare, ma quasi una velata invasione preparatoria di una prossima occupazione vera e propria.
Infatti sin dalla primavera del 1943 l’Alto comando tedesco pianificò con precisione varie azioni, tutte rivolte a trovare il massimo vantaggio dal probabile mutamento di scenario diplomatico-militare. L’intervento più importante sarebbe stato la combinazione tra l’operazione “Alarico”, destinata a far affluire «in punta di piedi» una ventina di divisioni tedesche, e quella denominata “Asse”, rivolta a mettere fuori combattimento la timida Italia, catturarne gli uomini e i mezzi, occuparne i presidi e formare un nuovo governo fascista, epurato dei retaggi monarchici. Per il comando di tutta l’azione fu scelto il feldmaresciallo Erwin Rommel, che aveva dato ampia prova di ardimento e capacità innovativa e che per la sua storia personale, seppur comandante effettivo degli italiani in Tripolitania e in Cirenaica, nutriva nell’animo sfiducia e sospetto per le Regie Forze Armate.
Ecco perché all’indomani della caduta del fascismo, per nulla rassicurati dalle ambigue dichiarazioni del nuovo capo del Governo, il maresciallo Pietro Badoglio, i Tedeschi si trovarono preparati e pronti ad intervenire, qualsiasi sviluppo potesse profilarsi all’orizzonte.
Quando ancora la linea tra l’Asse e gli Alleati era rappresentata dal canale di Sicilia, venne predisposto l’invio di nove divisioni tedesche per quest’opera di contenimento; intervento aggiuntivo avvenne a partire dal 26 luglio 1943, quando attraversando le Alpi un’altra decina di divisioni venne trasferita dalla Francia meridionale, dalla Carinzia e dal Tirolo. Notevole importanza rivestirono le unità dislocate nella zona di Roma (circa 30 mila uomini), coordinate da una fitta rete informativa e politica, e da quelle operanti in Sardegna e in Corsica, predisposte a una decisa difesa costiera.
Berlino si trovò però nella situazione che alcuni generali di stanza in Italia, come il feldmaresciallo Albert Kesselring e il generale Enno von Rintelen, nonché l’ammiraglio Wilhelm Canaris, comandante dello spionaggio militare germanico, avevano una profonda simpatia e fiducia negli italiani, fattore che avrebbe impedito un’azione preventiva adeguata e efficace. Lo stesso Canaris, tra i promotori del successivo fallito attentato al dittatore austriaco del 20 luglio 1944, a latere dell’incontro dei primi di agosto a Venezia, espresse all’omologo generale Cesare Amé la sua approvazione per il cambio istituzionale, ma anche molta preoccupazione per gli inevitabili interventi che il Führer avrebbe prima o poi realizzato, per evitare che la situazione italiana gli sfuggisse di mano.
Per tutti questi motivi, anteponendo le ragioni politiche a quelle militari, Hitler nello scenario futuro della Penisola preferì assecondare il pessimismo dello stimato Rommel, piuttosto che l’eccentrico ottimismo di Kesselring, ritenuto per questo manovrabile dagli italiani. L’impostazione del Führer fu quella di far concentrare sull’Appennino settentrionale il Gruppo d’Armate “B” assegnate alla “Volpe del deserto”, che ebbe il suo comando prima in Baviera e poi sul lago di Garda, relegando Kesselring dalla sua sede operativa di Frascati a un’azione frenante nel Mezzogiorno, poco più che temporanea in vista della resa dei conti al nord. Azione primaria del piano sarebbe stata poi quella assegnata al fidato generale dei paracadutisti Kurt Student: l’occupazione preventiva di Roma con la messa a tacere del sovrano, dei vertici militari e del Vaticano.
Di fronte a un tradimento, la reazione germanica sarebbe stata quindi: il presidio armato di tutti i territori precedentemente difesi dagli Italiani e il disarmo o la cattura di questi ultimi, qualora non avessero espresso la loro chiara e fattiva intenzione di collaborare con la politica del Reich. Pur tuttavia una volta ottenuti questi successi, la linea da presidiare doveva essere arretrata tanto da mantenere il possesso della sola pianura Padana e dell’arco alpino, augurando di ottenere successo partendo dalla corta linea dei rifornimenti.
Sperando nel fanatismo di molti fascisti e pronta ad utilizzare l’inganno e l’intimidazione, Berlino creò ogni presupposto per recuperare ogni energia e risorsa alla causa dell’Asse. In effetti questo fu quel che avvenne, secondo un canovaccio già recitato, dove gli Italiani svolsero il ruolo di ipocriti infedeli e i Tedeschi quelli di insofferenti traditi e desiderosi di un’atroce vendetta.
In tutto ciò emerse una perfida approssimazione e un spirito malizioso delle istituzioni politiche e militari italiane. La defenestrazione di Mussolini avvenne secondo una procedura “regolare”, secondo i dettami elastici delle consuetudini costituzionali del Regno, e senza grossi contraccolpi nazionali. Non si può dire lo stesso della gestione diplomatica e militare del periodo successivo, che portò i Tedeschi ad avallare le proprie convinzioni che la caduta del fascismo avrebbe rappresentato la fine dell’inscindibile Patto d’acciaio. La commedia degli inganni, che intercorse tra governo Badoglio, comando Ambrosio e vertici germanici, evidenziò non solo la malafede esistente tra tutti i soggetti interessati, ma la cauta meticolosità di strategia dei tedeschi contrapposta alla politica disorganica delle istituzioni italiane, incapaci di pianificare in modo univoco i possibili ed eventuali sviluppi di una situazione così delicata e pericolosa.
La difesa della Sicilia, nel luglio del 1943, fu il banco di prova delle successive azioni tedesche, se finanche il territorio nazionale venne difeso dalle Forze Armate italiane con molto ardimento, ma prive di elementi e materiali sufficienti. In controtendenza invece le formazioni della Wehrmacht, sempre più cospicue e capillari nella Penisola, dimostrarono un’abilità e una fermezza nell’opposizione agli Alleati, tanto da riuscire, dopo la ritirata, almeno a far reimbarcare la quasi totalità dei reparti in una sorta di Dunkerque a parti inverse nello stretto di Messina.
In quella circostanza l’iniziale strategia di Kesselring, artefice di tutta quella che sarà la campagna difensiva d’Italia, partì proprio dalla convinzione che, nell’impossibilità di resistere a un’invasione su larga scala, la reazione contro gli Alleati doveva essere immediata, rivolta alla cacciata dei nemici direttamente sulle spiagge. L’operazione fallì, ma permise altresì ai Tedeschi di imparare una fondamentale lezione: cogliere la geografia dell’Italia e l’imminente confusione istituzionale italiana per avvantaggiarsi su una difesa elastica per tappe successive ad oltranza (simile per certi versi all’esperienza sovietica) del territorio della Penisola, anche avvantaggiandosi delle evidenti reticenze degli Anglo-americani ad azioni troppo azzardate e profonde. Infatti, trasferiti lo spregiudicato generale Patton e il fortunato generale Montgomery nella preparazione dell’invasione della Francia, gli Alleati in Italia erano privi di genialità creative, interessati solo ad operazioni militari accademiche e prevedibili.
Lo scontro dottrinario tra Rommel e Kesselring, già proposto per il contesto mediterraneo/nordafricano, si ripresentò anche sullo scacchiere italiano, tanto che quando arrivò il momento per Student di procedere all’operazione di liberazione di Mussolini sul Gran Sasso, all’indomani della dichiarazione di armistizio dell’8 settembre, Kesselring non venne neanche informato.
Secondo i convincimenti di Rommel, ancora scosso dalle disfatte nel deserto, l’Italia sarebbe stata difficile da difendere nella sua interezza, proponendo un’operazione di contenimento e di assestamento su ampia scala solo nell’Italia settentrionale. Kesselring espresse tutta la sua contrarietà a un’idea così pessimistica della campagna d’Italia, convinto invece di giocare d’astuzia. Proponeva quindi, come mossa migliore, di impegnare il nemico in una faticosa e difficile guerra di logoramento attraverso tutta la profondità del Paese. Infatti egli era contrario a un ripiegamento massiccio per creare una linea difensiva così arretrata, fronte troppo avanzato per il nemico e quindi funzionale a incursioni aeree massicce in territorio tedesco. A differenza delle ampie spianate desertiche del Nord Africa, lo Stivale era caratterizzato da un’aspra catena montuosa trasversale ma non rettilinea, difficile da valicare per gli Anglo-americani, la cui forza dominante dipendeva dalle truppe corazzate e motorizzate. Per di più tenere Roma il più possibile avrebbe garantito un pegno fondamentale sia in campo diplomatico che in quello operativo.
L’incognita di trovarsi in territorio straniero e per giunta in inferiorità numerica rispetto agli italiani “badogliani” non intimorì il comando di Frascati, che seppe rispondere con una pianificazione, una propaganda incisiva e una manovra ben collaudata allo sbandamento generale delle Regie Forza Armate capaci di eccelsi erosimi individuali, ma carenti perché in balia di vertici lontani o impreparati a colmare la lacuna istituzionale esistente.
La differenza di vedute tra i due feldmarescialli tedeschi, portò addirittura lo stesso Kesselring, senza tuttavia rinunciare al comando effettivo del settore a lui assegnato, a rassegnare a metà agosto del 1943 le dimissioni dal suo incarico, respinte in novembre da Hitler, che quindi si convinse della bontà del suo piano, concedendogli mano libera sull’intera Italia. Rommel, che fino ad allora aveva assistito – per ordine ricevuto – per la prima volta nella sua vita lontano dalle linee da semplice spettatore alla campagna d’Italia, venne destinato quindi al completamento del Vallo Atlantico sulla costa settentrionale francese in attesa dell’invasione dell’Europa dalla Manica.
Proprio questo antagonismo non facilitò le cose, se Kesselring, che aveva frenato con successo gli sbarchi a Salerno e l’avanzata in territorio campano, nel dopoguerra espresse tutto il suo disappunto sulla scelta di tenere troppe truppe di riserva nel centro-nord, invece di impegnarle subito sul fronte ancora elastico. Kesselring, secondo quel che esprimerà nelle sue memorie, aveva vinto la sfida al vertice, ma aveva perso mesi importanti, non potendo giovarsi del comando di tutti i reparti (circa 150.000 uomini), che dipendevano di massima da Rommel. Tuttavia, forte delle sue convinzioni partorite sul campo, si convinse a garantire al Führer una difesa adeguata per molti mesi della zona a sud di Roma, con relativo presidio della capitale dai possibili attacchi alleati.
L’azzardo di Kesselring venne premiato anche oltre i suoi meriti, proprio perché gli Alleati avevano sempre giudicato l’Italia, una volta indotta alla resa, un campo di battaglia periferico e finalizzato unicamente a togliere truppe nemiche da quello che sarebbe stato il fronte principale in Francia. Non volendo accordare fiducia alle osservazioni di Winston Churchill, che intravedeva nell’Adriatico il grimaldello per impossessarsi dei Balcani ai danni di Stalin, il generale Eisenhower, una volta presa la Sicilia, destinò nella Penisola un contingente limitato e senza troppe pretese, per giunta comandato da generali “da tavolino”, privi di un’avanzata esperienza sul campo e per questo poco avvezzi a manovre ardite.
L’armistizio dell’8 settembre, la reticenza degli Alleati a concedere troppo credito a Badoglio nello spingersi in sbarchi a nord di Roma e soprattutto un’assente predisposizione da parte dei vertici italiani di difesa della Capitale, facilitò la capitolazione della città, fornendo ai Tedeschi una rapida e promettente occupazione non solo del centro nevralgico del Paese, ma anche la possibilità di creare un valido bastione contro le ulteriori avanzate alleate. La difesa eroica degli ultimi reparti del Regio esercito furono travolti dagli ex alleati germanici, perché male organizzati e senza ordini precisi, subendo il completo massacro. Gli unici episodi in cui i Tedeschi furono indotti alla desistenza, furono i casi della Sardegna e della Corsica, dove però la reazione delle divisioni italiane, tra cui la Friuli e la Cremona, se fecero evacuare dopo aspri combattimenti gli uomini della Wehrmacht e delle SS dalle due isole, non intaccò nella sostanza la loro efficienza bellica.
Molto si è discusso, e ancora oggi è un argomento di ampio dibattito storico e morale, a proposito della “fuga” a Brindisi, della scelta di non difendere Roma, tuttavia si può serenamente parlare di diffusa e condivisa miopia politica e militare da parte della Corona, del Governo e dello Stato maggiore generale nell’aver messo in condizione le Forze armate italiane di doversi arrendere, perché inidonee e non preparate alla prevedibile reazione dei Tedeschi.
L’aver giocato poi la partita con gli Alleati in modo opportunista, sperando di farsi sberleffo di loro e tenersi buona una possibilità di doppio o triplo gioco, ha consentito ad Eisenhower di non spingersi oltre Salerno per uno sbarco, favorendo così automaticamente la strategia di Kesselring, che aveva tutto da guadagnare di fronte a quella sterile ragnatela di cospirazioni badogliane.
Lo sbarco nella città campana non fu fermato dai Tedeschi, che reagirono comunque bene, ma Kesselring predispose una serie di formazioni parallele tanto da smorzare gli effetti della penetrazione peninsulare degli Anglo-americani. Una volta assestate le truppe germaniche sulla linea Gustav, nel restringimento dello Stivale tra la foce del Garigliano e quella del Sangro, la resistenza fu accanita, tanto da rimanere granitica anche a seguito del timido sbarco ad Anzio nel gennaio del 1944. Il promontorio di Cassino da principio semplice presidio, dopo alcuni insensati bombardamenti divenne una roccaforte inespugnabile, tanto da divenire un vicolo cieco per gli Alleati in cammino sulla via Casilina. Anche sul fronte adriatico gli scontri non furono da meno, tanto da battezzare la battaglia avvenuta ad Ortona la “Stalingrado d’Italia”.
Roma venne presa dagli Americani solo in giugno, ma a caro prezzo, dopo sanguinosi e ripetuti attacchi, che le truppe tedesche ostacolarono colpo su colpo. Per di più l’azione di entrare in città si rivelò inutile sotto il lato prettamente strategico. Il generale Clark, esaltato dall’evento di cui era protagonista, non sfruttò il vantaggio accumulato per realizzare una proficua azione di aggiramento e infliggere un colpo mortale alle unità tedesche, che si trovavano a nord della Capitale, permettendo loro invece di organizzarsi e predisporre nuove sacche di resistenza sull’Appennino centrale.
Un anno era passato dallo sbarco in Sicilia, ma le divisioni germaniche mantenevano ancora il presidio di oltre metà della Penisola. Proprio per il protrarsi delle operazioni campali in ciascuna regione italiana la drammaticità del conflitto bellico iniziò a coinvolgere sempre di più la popolazione, sia per le incessanti azioni di combattimento del fronte in prossimità dei centri abitati, sia per la politica di sopraffazione e di vendetta operata dai Tedeschi sugli Italiani, indistintamente se militari combattenti, prigionieri o semplici civili. Gli eccidi più famosi sono solo l’epifania di un fenomeno diffuso e ampiamente utilizzato sia in funzione operativa, ma anche seguendo delle logiche disumane di vendetta e per nulla giustificabili sotto l’aspetto militare.
In questi frangenti tuttavia emerse anche l’occasione per una reazione italiana, non necessariamente scontata, vista la sostanziale assenza dello Stato nel periodo post armistiziale. Oltre alle formazione di resistenza ad opera dei partigiani, che in tutte le zone del centro-nord si andavano formando, anche in collaborazione con il servizio informazioni alleato, ebbe il battesimo del fuoco la prima formazione militare italiana post-fascista. Il 1° Raggruppamento motorizzato, seppur senza grandi consistenze di uomini e materiali, partecipò con valore agli scontri presso Mignano Montelungo, non lontano da Cassino, dando l’avvio alla ricostruzione delle Forze Armate italiane, seppur tra mille difficoltà frapposte dalle stesse autorità alleate, prima con il Corpo Italiano di Liberazione e poi con i sei Gruppi di Combattimento.
Una volta liberata Roma, il fronte italiano perse l’attenzione da parte di Londra, Washington e Berlino. Dall’estate del 1944 le cose cambiarono su entrambi gli schieramenti, concentrando gli sforzi sul fronte occidentale, apertesi le ostilità in Normandia appena due giorni dopo il sopraggiungere degli Alleati nella Capitale. Tuttavia gli scontri successivi in Italia non furono da meno dei precedenti, considerata la lentezza con la quale gli Anglo-americani procedettero lungo la Penisola. Le linee parallele di difesa, che i Tedeschi avevano delineato nella zona tra Napoli e Roma, proseguirono anche in Italia centrale, principalmente in prossimità del lago Trasimeno. Superata anche Firenze, un altro inverno arrivò e la linea Gotica, che ricalcava grosso modo parte del tracciato dell’operazione “Alarico”, permise alle unità germaniche di bloccare il nemico e di costringerlo a trincerarsi, anche a causa del clima rigido.
Dopo Montecassino ed Ortona, anche qui i Tedeschi mostrarono una grinta e una capacità di resistenza non comuni, per le quali gli Alleati ebbero la meglio solo per la copiosità dei mezzi a disposizione e per la crescente stanchezza che la Germania aveva accumulato dopo sei anni di guerra combattuta su tutti  fronti del continente europeo. L’aspetto militare dell’azione tedesca, se si considera che la campagna d’Italia durò circa due anni, fu un capolavoro di resistenza bellica, anche a fronte dell’iniziale propensione germanica a difendere solo il settentrione del Paese.
Altra faccenda ovviamente è l’aspetto morale e criminale dell’esperienza. Numerosi potrebbero essere gli episodi da elencare, in cui militari della Wehrmacht, della Gestapo o delle SS si sono macchiati in territorio italiano, evidenziando agli occhi di coloro che si occupano di storia militare come l’aspetto operativo e neutro di una guerra tra due eserciti contrapposti possa essere stravolto da accadimenti che esulano dai valori classici di onore e cavalleria o da quelli tecnici di strategia e tattica.
Per questi motivi numerosi dei protagonisti di tale campagna furono messi alla sbarra per l’emanazione di ordini criminali. Tra i tanti, che chi più chi meno pagarono almeno con una detenzione, spiccano lo stesso Kesselring, Herbert Kappler e Walter Reder. Sta di fatto che la posizione incerta avuta dall’Italia durante il conflitto, come pure il mancato procedimento nei confronti dei crimini di guerra commessi dagli Italiani in venti anni di guerre fasciste, hanno portato un’imbarazzante e onnicomprensiva coltre di oblio su ampia parte delle responsabilità dirette e indirette di molti eccidi commessi nel nostro Paese dalle autorità politiche e militari tedesche.
per informazioni: risorgimento23@libero.it

Montenegro oggi

 Montenegro oggi


        Secondo Tommas Hobbes, i membri di una comunità stipulano il contratto sociale per rendere la vita migliore  e garantirsi una sicura uscita dalla situazione del tipo " homo homini lupus est".
Forse la comunità montenegrina aveva una simile intenzione quando , il  21 maggio 2006, con il proprio voto ha posto in essere un Montenegro indipendente. Tuttavia, il problema si è creato nel momento in cui i montegrini hanno dovuto scegliere il proprio "Leviatano", un Leviatano capace di portarli  fuori dall' incubo degli anni '90. Purtroppo, non posso sostenere con sicurezza che i Montenegrini abbiano fatto la scelta giusta;
 il vero problema sta nel fatto che non mi sembra che siano in grado di riconoscere il proprio errore, oppure, non lo vogliono vedere.
        Il problema è in primo luogo  legato al modo in cui i montenegrini percepiscono il "potere " che hanno nelle loro mani e con il quale potrebbero cambiare la condizione in cui si trova il Montenegro oggi - il voto. Abituati al governo di una persona - il famoso "principe", ed ad un sistema autoritario di governo, negli  ultimi 100 anni, da quando è stato introdotto il sistema parlamentare, non hanno cambiato il noto ruolo degli osservatori passivi.
 La prova più chiara di questo stato mentale  è il fatto che neanche una volta al governo del Paese si è realizzata un' alternanza democratica, ossia non si è  mai verificata una vittoria  elettorale dell' opposizione.
Tale prassi non è  cambiata neanche dopo il 2006 ( l'anno in cui il Montenegro ha riconquistato lo status di stato indipendente ). Più precisamente, subito dopo le prime elezioni parlamentari si è potuto notare come la società montenegrina non sia maturata - è stato scelto il partito che governava già da 20 anni.Un cittadino straniero, che crede nelle istituzioni della democrazia, penserebbe che questa scelta sia il risultato di un modo molto efficace di svolgere le proprie funzioni da parte dei membri del partito di maggioranza. Però, penso che sia arrivato il momento di chiederci se sia davvero così.
          Prima di giungere alle conclusioni, dovrei esporre alcune considerazioni. Una di queste è che non si può dire che in Montenegro la libertà di esprimere il proprio pensiero sia pienamente realizzata ( ricorderei che si tratta di una delle libertà previste dalla Dichiarazione dei diritti dell' uomo e del cittadino del 1789, e oggi siamo nel 2010!). Per notare ciò, basta prestare attenzione alla modalità di funzionamento dei servizi pubblici di informazione. Anche se, oltre alla televisione statale, esistono quelle private, non c'e' un'effettiva differenza tra di esse, e tutte le infomazioni che hanno per destinatario il cittadino "medio" sono attentamente controllate. Ci sono solamente un paio di giornali che tendono a rappresentare la reale situazione in cui il Montenegro si trova. Tra l'altro, coloro che dovrebbero rappresentare la forza e la fonte di energia di uno stato giovane , gli studenti, da anni sono solamente osservatori passivi di tutto ciò che sta accadendo intorno a loro. Purtroppo, le condizioni generali della società sono tali per cui, anche se i giovani ricevono tutte le informazioni necessarie, una volta laureati,  non sono in grado di applicarle nella realtà oppure, pur avendo l'intenzione di utilizzarle per realizzare fini diversi da quelli del partito di governo, spesso non è loro possibile farlo. Inutile poi speculare sul fenomeno dell' apertura delle università private, della cui qualità in alcuni casi si potrebbe dubitare ( tra di esse c'è anche quella fondata dal Primo ministro e leader del partito maggioritario), per cui  oggi  sempre meno persone si iscrivono all'università pubblica. È da anni che dura il processo di "addormentamento" della comunità montenegrina, sicchè non mi sembra strano il fatto che il governo si riferisca ad essa definendola "noiosa". Evidentemente, nell'accezione usata dal governo , il termine corrisponde alla stabilità positiva della società, ma la mia opinione è che si tratti di una stabilità molto pericolosa.
        Proprio quella società noiosa subisce oggi le conseguenze del
processo di privatizzazione che sta cambiando profondamente l'economia del Montenegro. Anche se non ci sono informazioni precise al riguardo, fino al 2009 , si è realizzata la privatizzazione dell' 85% delle imprese pubbliche. A favore di chi sono state condotte le privatizzazioni  - se nell'interesse degli individui che governano oppure nell' interesse dell' intera comunità, solo il tempo lo dirà , però anche adesso si possono notare alcuni problemi, come quello della disoccupazione crescente. Questa società noiosa  non è stata in grado di partecipare attivamente al processo , e questo soprattutto perchè coloro che erano interessati non hanno avuto accesso alle informazioni cruciali. Anche se nel 2005 è stata approvata la legge sull' accesso libero all' informazione, le istituzioni statali si sono rivelate più che creative quando si è trattato di inventare nuovi modi per rendere inaccessibili i principali contratti di privatizzazione, i programmi sugli investimenti , sulla protezione dell'ambiente, etc. Come si può notare, i cittadini non hanno potuto partecipare direttamente al processo, ma in condizioni normali , grazie al parlamento e ai deputati, avrebbe potuto facilmente realizzarsi almeno una partecipazione indiretta . Nel 2007, infatti, è stata istituita la Commissione parlamentare per il controllo del  processo di privatizzazione , ma ci sono voluti 3 mesi per la sola elezione dei suoi membri (direi che basta questo a rendere superflue analisi più dettagliate sulla sua efficienza). L' intero processo di privatizzazione è stato seguito dal Consiglio per la privatizzazione , anch' esso un organo del parlamento montenegrino , che ha anche il compito dell' elaborazione di un progetto per l'impiego delle risorse ottenute con la vendita delle imprese statali. Nel 2006 le organizzazioni non governative hanno richiesto la pubblicazione del progetto , ma anche in questo campo non è ancora stato fatto nessun progresso.
      A parte i problemi che il Monetenegro ha sul piano interno, si potrebbe dire che sono stati fatti dei passi in avanti significativi nell'ambito dell' instaurazione delle relazioni con altri stati. Spero che presto il Montenegro diventi  stato membro dell ' Unione europea perchè ritengo che questo sia un passo fondamentale per un ulteriore sviluppo del Paese ( il 15 dicembre del 2008  è stata presentata la domanda di adesione) . Anche se in questo campo c'è bisogno di attuare tutta una serie di riforme, credo che tutte le instituzioni siano incluse  e  partecipino attivamente al raggiungimento  di questo fine. Il Montenegro è 192°  stato membro delle Nazioni Unite , è parte del Consiglio d'Europa etc. D'altra parte però,  i rapporti con i vicini non sono dei migliori. In primo luogo, mi riferisco alle relazioni  "zoppicanti" con Belgrado dopo il riconoscimento del Kosovo. Spero che la classe politica  montengrina capisca presto quali sono le vere priorità del Montenegro, e che comprendano anche che finchè i rapporti con i vicini rimangono instabili ed irrisolti , l'immagine del Montenegro come un   membro serio della communità internazionale, in grado di trattare tutti i problemi come uno stato sovrano, non si consoliderà.
       La soluzione di tutti i problemi che il Montenegro sta affrontando in questo momento è facile da individuare. La chiave che apre tutte le porte è il lavoro . Il potenziale non manca (dalle bellezze naturali uniche al mondo alle risorse idriche) , c'è bisogno solamente delle conoscenze necessarie ad usarlo bene, e per questa ragione lo dobbiamo concentrare nelle mani di individui più capaci e preparati. La mia opinione è siano i giovani, ricchi delle conoscenze e delle capacità necessarie, a poter portare il Montenegro fuori dal circolo vizioso. Si potrebbe dare un' interpretazione della nostra storia così come lo fa Adams, cioè dire  che i nostri genitori si sono occupati della politica e  della guerra per darci la possibilità di occuparci della matematica, filosofia, economia ecc. Forse è giunto il momento per loro di lasciare le posizioni che occupano in modo che anche noi possiamo fare la nostra parte di lavoro e creare la possibilità per le generazioni future di godere del Montenegro che meritano.
                             
                                                                Milanović Katarina
di seguito la versione in lingua originale

Crma Gora dabas

  

     Ako je vjerovati Tomasu Hobsu , članovi jedne zajednice sklapaju društveni ugovor ne bi li na taj način obezbijedili što bolji  život i siguran izlaz iz jedne "homo homini lupus est" situacije. Crnogorsko društvo je možda imalo sličnu namjeru kada je 21.-og maja 2006. godine svojim glasom oživjelo nezavisnu Crnu Goru. Medjutim,problem je nastao onog trenutka kada je trebalo izabrati "Leviatana" sposobnog da nas izvede iz mračnih devedesetih. Nažalost,ne bih mogla  tvrditi da su Crnogorci napravili pravi izbor , ali , što je još gore , rekla bih da nisu u stanju da uvide svoju grešku ili , najjednostavnije rečeno, odbijaju da je vide.
     Problem je usko vezan za način  na koji gradjani Crne Gore percepiraju moć koju imaju u svojim rukama i kojom bi mogli promijeniti stanje u današnjoj Crnoj Gori - svoj glas. Naviknuti na vlast pojedinca - gospodara i autoritarni način vladavine , ni u poslednjih 100 godina od kad je uveden parlamentarni sistem nisu promijenili dobro poznatu ulogu pasivnih posmatrača. Najjasiniji dokaz takvog stanja svijesti je činjenica da ni jednom nije došlo do demokratske smjene vlasti tj. ni jednom se nije dogodilo da opozicione snage pobijede na izborima. Ta je praksa nastavljena i nakon 2006. godine ( godina u kojoj Crna Gora ponovo dobija status nezavisne  države ) . Tačnije, odmah nakon prvih parlamentarnih izbora moglo se uočiti da se  crnogorsko društvo ne može okarakterisati kao zrelo - odabrana je partija koja je na vlasti već 20 godina. Inostrani  bi  gradjanin , onaj koji vjeruje u institucije demokratskog društva, mogao pomisliti da je to rezultat efikasnog i uspješnog obavljanja svih državnih poslova od strane članova vladajuće partije , ali mislim da je došao trenutak u kom se treba zapitati da li je baš tako .
       Prije svega,trebalo bi iznijeti nekoliko činjenica da bi mogli izvoditi bilo kakve zaključke. Jedna od njih je da se ne bi moglo reći da je u Crnoj Gori ostvareno , u pravom smislu riječi , pravo na slobodu misli i govora ( pravo koje je bilo predvidjeno i u Deklaraciji o pravima čovjeka i gradjanina davne 1789. godine , a napomenula bih da je 2010.godina! ) .Da bismo to uočili , dovoljno je obratiti pažnju na način  funkcionisanja  medija. Iako pored državne televizije postoji još par privatnih , razlika se ne može uočiti i  informacije koje stižu do običnog gradjanina , u oba slučaja , strogo su kontrolisane. Postoji samo par dnevnih novina  koje   pokušavaju  da predstave  stanje u kojem se Crna Gora stvarno nalazi. S druge strane , oni koji bi trebalo da predstavljaju  snagu i izvor energije jedne mlade države, studenti, već odavno su samo pasivni posmatrači svega što se odvija u njihovoj okolini. Nažalost , stanje u društvu  je takvo da iako ovi mladi ljudi dobijaju sve informacije koje su im potrebne,  nakon završenih studija ili nisu u stanju da ih upotrijebe u praksi ili , ukoliko imaju namjeru da ih upotrijebe zarad  ciljeva koji se razlikuju od onih predodredjenih od strane vladajuće partije , često bivaju spriječeni u tome. Suvišno je govoriti o fenomenu otvaranja  brojnih privatnih univerziteta, ( medju kojima je i onaj osnovan od strane Premijera i lidera vladajuće partije ) ali činjenica je da se sve manji broj mladih odluči da upiše državni univerzitet .Već godinama traje proces "uspavljivanja" crnogorskog društva, tako da nije ni čudo što smo došli do trenutka kada članovi vladajuće koalicije upotrebljavaju termin " dosadno" da bi ga okarakterisali. Naravno da u njihovoj interpretaciji  termin dosadno ima pozitivnu konotaciju ( kao stabilno,sigurno )  , ali moje je mišljenje da se radi o stabilnosti koja je negativna i izuzetno opasna.
     Uparavo to " dosadno " društvo već uveliko "trpi" posledice procesa privatizacije državnih kompanija koji u potpunosti mijenja ekonomiju Crne Gore. Iako nema tačnih podataka, smatra se da je do kraja 2009. godine 85% državnih preduzeća privatizovano. U čiju su korist obavljenje te privatizacije - u korist pojedinaca koji su na vlasti ili ,pak,  u korist gradjana,samo će vrijeme pokazati , ali već se mogu uočiti problemi kao što je veliki broj nezaposlenih . To isto "dosadno” društvo ,medjutim,nije bilo u mogućnosti da aktivno učestvuje u procesu privatizacije, tako da zainteresovani gotovo da nisu mogli doći do ključnih informacija  . Iako je još 2005. godine donešen Zakon o slobodnom pristupu informacijama , državne institucije su bile i više nego maštovite u osmišljavanju  načina da onemoguće pristup ključnim ugovorima o privatizaciji, investicionim , socijalnim i programima zaštite životne sredine. Kao što se može uočiti , gradjani nisu bili u mogućnosti da neposredno učestvuju , ali zahvaljujući Parlamentu i poslanicima , u normalnim uslovima, bilo bi moguće to učiniti na posredan način. Tako je 2007. godine osnovana pri Skupštini i Komisija za praćenje i kontrolu postupka privatizacije i bila su potrebna čak puna 3 mjeseca ne bi li se odabrali njeni članovi, pa je suvišno govoriti o efikasnosti ovog načina kontrole procesa privatizacije. Kompletan proces je praćen od strane Savjeta za privatizaciju , takodje organa Skupštine Crne Gore , koji je zadužen i za formulisanje predloga načina korišćenja sredstava ostavrenih prodajom državnog kapitala . Još 2006 . godine nevladine organizacije su zatražile objavljivanje  predloga, ali na ovom polju još uvijek nije ništa ostavreno.
      Pored ovih unutrašnjih poteškoća , reklo bi se da je Crna Gora uspješna kada je u pitanju uspostavljanje medjunarodnih odnosa . Nadam se da će ubrzo postati  Zemlja članica Evropske unije ( 15. decembra 2008. godine podnijela je zahtjev za članstvo u Evropskoj uniji) .Iako je na ovom polju potrebno raditi jako puno,mora se priznati da je samo članstvo od velikog značaja za dalji razvoj i čini se da su sve institucije na pravi način uključene u proces sprovodjenja neophodnih reformi ne bi li se taj cilj jednog dana  uspješno ostvario.Crna Gora je i   192. -ga  Zemlja članica  Ujedinjenih nacija , članica je i Savjeta Evrope  itd. Medjutim, paradoksalna je činjenica da odnosi sa zemljama iz regiona  i ne funkcionišu najbolje. Na prvom mjestu mislim na "zategnute"  diplomatske odnose sa Beogradom nakon nedavnog priznanja nezavisnog Kosova. Nadam se da če državni vrh Crne Gore  uskoro uvidjeti koji su stvarni prioriteti Crne Gore i da će shvatiti da dok god odnosi sa susjedima ostanu neriješeni i nestabilni , slika Crne Gore kao ozbiljne članice medjunarodne zajednice , koja je u stanju da se izbori sa svim problemima na način na koji dolikuje jednoj suverenoj državi , neće biti izgradjena.
         Riješenje svih problema s kojima se Crna Gora u ovom trenutku suočava je lako pronaći. Ključ koji otvara sva vrata je rad. Potencijala ne nedostaje ( od prirodnih ljepota koja su jedinstvene u svijetu pa do zaliha vode ), samo ga treba znati iskoristiti i , naravno , treba ga predati u  prave ruke , u ruke onih koji su najsposobniji.Moje je  mišljenje da su to mladi ljudi puni znanja i vještina koje su nam neophodne ne bi li napokon izašli iz začaranog kruga . Neka bude , kao što kaže Adams, da su se naši preci   bavili politikom i ratovima ne bi li nama stvorili uslove da se bavimo ekonomijom , matematikom , filozofijom itd. Vrijeme je da nam napokon ustupe svoja mjesta ne bi li i mi obavili naš dio zadatka i tako svorili budućim generacijama mogućnost  da uživaju u Crnoj Gori kakvu zaslužuju.

                                                                      Milanović Katarina

La fidèlitè du militaire


CF Jean-Marc Bordier






Le militaire doit-il sans condition obéir à l’autorité politique ?
C’est pour donner quelques éléments de réponse à cette question complexe que deux exemples seront tirés de l’histoire de France pour essayer d’en extraire des conclusions dont l’objectif n’est pas de répondre de manière définitive à cette problématique mais de susciter une réflexion personnelle.

L’Armistice de juin 1940
La situation extrêmement compliquée devant laquelle se trouvent les militaires italiens au moment de l’armistice de septembre 1943 peut, à bien des égards, être comparée à celle devant laquelle se trouvent les militaires français après l’armistice de juin 1940. Alors que nombre militaires français n’ont pas combattu (l’ensemble de la marine française par exemple), quelques semaines seulement après le début des hostilités réelles avec l’Allemagne, le maréchal Pétain, héros de la première guerre mondiale, symbole de la résistance héroïque de Verdun et arrivé au pouvoir après la démission du gouvernement de Paul Reynaud le 16 juin 1940, dans une allocution radiodiffusée le 17 juin 1940[2], demande aux militaires français de cesser de combattre pour préserver la France et sa population de malheurs inutiles ; il est par ailleurs convaincu que l’Angleterre serait vaincue rapidement et que l’Allemagne sortirait vainqueur du conflit.
En écho au discours du maréchal Pétain du 17 juin 1940, le général de Gaulle, alors inconnu de la population française, lance un appel radiodiffusé de Londres le 18 juin 1940[3], enjoignant les Français, non pas à déposer les armes, mais à continuer le combat contre les forces de l’Axe. Pour avoir désobéi au pouvoir « légitime », il est condamné à mort par le régime de Vichy que le maréchal Pétain préside. Aujourd’hui, on parle souvent de « juste désobéissance » pour qualifier l’action du général de Gaulle en juin 1940.

Comment donc et pourquoi, deux officiers qui sortent de la même école, qui partagent le même socle de valeurs, la même culture, ayant une très haute idée de la France, une haute conception de l’Honneur, arrivent à avoir deux positions tellement opposées devant une telle situation ?
Parce que l’obéissance a une limite, qui n’est pas nécessairement liée à la formation académique que l’on reçoit dans les écoles ou aux contrats d’engagement que l’on peut signer, mais liée plus certainement à notre culture propre, notre éducation, notre sens de l’Honneur, notre amour de la Patrie, notre religion lorsqu’on en a une, la Morale si on en a besoin, nos intérêts, nos ambitions. La clé de l’opposition entre le maréchal Pétain et le général de Gaulle est que le premier agit comme un politique, en fonction de ce qui lui semble être l’intérêt général (éviter les victimes inutiles, préserver la France d’une occupation totale), lorsque le second agit avec son cœur, « ses tripes », en fonction de ce qui lui semble être le Bien Commun (refus catégorique de la défaite face à une idéologie qu’il rejette en bloc car contraire à ses valeurs fondamentales).

Le putsch des généraux d’avril 1961 en Algérie
Le samedi 22 avril 1961, les généraux Challe, Salan, Zeller et Jouhaud, avec l'appui du 1er régiment de parachutistes, commettent un coup de force à Alger. Ce putsch fait suite à la conférence de presse du 11 avril 1961, où de Gaulle justifie sur un ton, jugé désinvolte, la décolonisation de l'Algérie par ce qu'elle coûte à la France. Ceci est ressenti comme une provocation chez les tenants de l'Algérie française, qui tentent de refaire le 13 mai 1958 (chute de la IVème République, arrivée au pouvoir du général de Gaulle). Par l'allocution du 23 avril[4], de Gaulle, en uniforme militaire, informe la Nation qu'il assume les pleins pouvoirs prévus par l'article 16 de la Constitution de la Vème République. Diffusé par les postes à transistors en Algérie, ce discours jalonné de formules frappantes encourage la désobéissance des soldats du contingent aux officiers putschistes et intimide les hésitants. Discours capital, l'allocution du 23 avril fait tourner court la rébellion.

Les généraux putschistes se sentent trahis par de Gaulle et ne veulent pas être les complices passifs d’un pouvoir politique métropolitain accusé d’être parjure, qui semble ignorer les intérêts de tant de Français vivant en Algérie, qui semble prêt à se séparer d’un morceau de France alors que la victoire militaire sur les forces adverses est largement à portée de main. Obéir au régime légitime leur devient insupportable et par un acte désespéré, ils désobéissent avec fracas, emmenant avec eux plusieurs officiers et régiments.


Conclusion
En temps de paix, la fidélité, l’obéissance au chef est facile et ne pose pas de difficulté. La situation se complique de manière notable en temps de crise ou de guerre : le militaire, qui se sent trahi, abandonné, peut être tenté de ne pas obéir aux ordres reçus des autorités politiques, ou bien parce qu’il les trouve contraires à l’honneur, aux idéaux qu’il défend, ou bien parce que les politiques ne sont pas considérés comme légitimes ou dignes d’être obéis.

L’obéissance au chef a donc une limite, un point de rupture. Ce dernier est bien sûr personnel et est très difficile à définir de manière précise, a priori. Il dépend d’un nombre important de facteurs sur lesquels une réflexion personnelle est sans doute importante pour nous, militaires. Face à une situation donnée, face à un choix difficile, quelle est la mesure dont je me sers pour prendre ma décision : mon éducation ? mes valeurs ? l’honneur ? ma religion ? la loi ? mon courage ? mes convictions ? mes intérêts ? mon bien-être ? l’intérêt général ? le Bien Commun ?
Une réponse claire à cette question serait de nature à déterminer notre point de rupture et améliorer la connaissance que nous avons de nous-mêmes.
Mais sommes nous réellement prêts à effectuer objectivement cette introspection ?

Annexe
Discours radiodiffusé du maréchal Pétain, le 17 juin 1940

"Français !
A l'appel de Monsieur le Président de la République, j'assume à partir d'aujourd'hui la direction du gouvernement de la France. Sûr de l'affection de notre admirable armée qui lutte, avec un héroïsme digne de ses longues traditions militaires, contre un ennemi supérieur en nombre et en armes. Sûr que par sa magnifique résistance, elle a rempli nos devoirs vis-à-vis de nos alliés. Sûr de l'appui des Anciens Combattants que j'ai eu la fierté de commander, sûr de la confiance du peuple tout entier, je fais à la France le don de ma personne pour atténuer son malheur.
En ces heures douloureuses, je pense aux malheureux réfugiés qui, dans un dénuement extrême, sillonnent nos routes. Je leur exprime ma compassion et ma sollicitude. C’est le cœur serré que je vous dis aujourd'hui qu'il faut cesser le combat. Je me suis adressé cette nuit à l'adversaire pour lui demander s'il est prêt à rechercher avec nous, entre soldats, après la lutte et dans l'Honneur, les moyens de mettre un terme aux hostilités. Que tous les Français se groupent autour du Gouvernement que je préside pendant ces dures épreuves et fassent taire leur angoisse pour n'écouter que leur foi dans le destin de la Patrie."

Discours radiodiffusé du général de Gaulle, le 18 juin 1940
"Les chefs qui, depuis de nombreuses années, sont à la tête des armées françaises, ont formé un gouvernement. Ce gouvernement, alléguant la défaite de nos armées, s'est mis en rapport avec l'ennemi pour cesser le combat.
Certes, nous avons été, nous sommes, submergés par la force mécanique, terrestre et aérienne, de l'ennemi. Infiniment plus que leur nombre, ce sont les chars, les avions, la tactique des Allemands qui nous font reculer. Ce sont les chars, les avions, la tactique des Allemands qui ont surpris nos chefs au point de les amener là où ils en sont aujourd'hui.
Mais le dernier mot est-il dit ? L'espérance doit-elle disparaître ? La défaite est-elle définitive ? Non !
Croyez-moi, moi qui vous parle en connaissance de cause et vous dis que rien n'est perdu pour la France. Les mêmes moyens qui nous ont vaincus peuvent faire venir un jour la victoire. Car la France n'est pas seule ! Elle n'est pas seule ! Elle n'est pas seule ! Elle a un vaste Empire derrière elle. Elle peut faire bloc avec l'Empire britannique qui tient la mer et continue la lutte. Elle peut, comme l'Angleterre, utiliser sans limites l'immense industrie des Etats-Unis.
 Cette guerre n'est pas limitée au territoire malheureux de notre pays. Cette guerre n'est pas tranchée par la bataille de France. Cette guerre est une guerre mondiale. Toutes les fautes, tous les retards, toutes les souffrances, n'empêchent pas qu'il y a, dans l'univers, tous les moyens nécessaires pour écraser un jour nos ennemis. Foudroyés aujourd'hui par la force mécanique, nous pourrons vaincre dans l'avenir par une force mécanique supérieure. Le destin du monde est là.
Moi, Général de Gaulle, actuellement à Londres, j'invite les officiers et les soldats français qui se trouvent en territoire britannique ou qui viendraient à s'y trouver, avec leurs armes ou sans leurs armes, j'invite les ingénieurs et les ouvriers spécialistes des industries d'armement qui se trouvent en territoire britannique ou qui viendraient à s'y trouver, à se mettre en rapport avec moi.
Quoi qu'il arrive, la flamme de la résistance française ne doit pas s'éteindre et ne s'éteindra pas.
Demain, comme aujourd'hui, je parlerai à la Radio de Londres."

Discours radiodiffusé du général de Gaulle, le 23 avril 1961
Un pouvoir insurrectionnel s'est établi en Algérie, par un pronunciamento militaire. Les coupables de l'usurpation ont exploité la passion des cadres de certaines unités spéciales, l'adhésion enflammée d'une partie de la population de souche européenne, égarée de craintes et de mythes, l'impuissance des responsables submergés par la conjuration militaire. Ce pouvoir a une apparence, un quarteron de généraux en retraite ; il a une réalité, un groupe d'officiers partisans, ambitieux et fanatiques. Ce groupe et ce quarteron possède un savoir-faire limité et expéditif, mais ils ne voient et ne connaissent la nation et le monde, que déformés au travers de leur frénésie. Leur entreprise ne peut conduire qu'à un désastre national. Car l'immense effort de redressement de la France, entamé depuis le fond de l'abîme, le 18 juin 1940, mené ensuite en dépit de tout jusqu'à ce que la victoire fut remportée, l'indépendance assurée, la république restaurée, repris depuis trois ans afin de refaire l'Etat, de maintenir l'unité nationale, de reconstituer notre puissance, de rétablir notre rang au dehors, de poursuivre notre œuvre outre-mer à travers une décolonisation, tout cela risque d'être rendu vain à la veille même de la réussite par l'odieuse et stupide aventure d'Algérie. Voici que l'Etat est bafoué, la nation bravée, notre puissance dégradée, notre prestige international abaissé, notre rôle et notre place en Afrique compromis, et par qui ? Hélas ! hélas ! hélas ! Par des hommes dont c'était le devoir, l'honneur, la raison d'être de servir et d'obéir. Au nom de la France, j'ordonne que tous les moyens, je dis tous les moyens, soient employés partout pour barrer la route à ces hommes-là, en attendant de les réduire. J'interdis à tous Français, et d'abord à tous soldats, d'exécuter aucun de leurs ordres. L'argument suivant lequel il pourrait être localement nécessaire d'accepter leur commandement, sous prétexte d'obligations opérationnelles ou administratives, ne saurait tromper personne. Les chefs civils et militaires qui ont le droit d'assumer les responsabilités sont ceux qui ont été nommés régulièrement pour cela, et que précisément les insurgés empêchent de le faire. L'avenir des usurpateurs ne doit être que celui que leur destine la rigueur des lois. Devant le malheur qui plane sur la patrie, et devant la menace qui pèse sur la République, ayant pris l'avis officiel du Conseil Constitutionnel, du Premier Ministre, du Président du Sénat, du président de l'Assemblée Nationale, j'ai décidé de mettre en œuvre l'article 16 de notre Constitution. A partir d'aujourd'hui, je prendrai, au besoin directement, les mesures qui me paraîtront exigées par les circonstances. Par là même, je m'affirme en la légitimité française et républicaine qui m'a été conférée par la Nation, que je maintiendrai quoiqu'il arrive jusqu'au terme de mon mandat ou jusqu'à ce que viennent à me manquer soit les forces soit la vie, et que je prendrai les moyens de faire en sorte qu'elles demeurent après moi. Françaises, Français, voyez où risque d'aller la France par rapport à ce qu'elle était en train de redevenir. Françaises, Français, aidez moi!





[1] Cette courte note fait suite au cours du général Coltrinari sur l’apprentissage de la méthode historique. Ecrite à sa demande,  elle a pour objectif modeste de susciter une réflexion sur le thème général de la fidélité du militaire.
[2] Texte intégral reproduit en annexe
[3] Texte intégral reproduit en annexe
[4] Texte intégral reproduit en annexe

lunedì 20 febbraio 2012

Prima di proporre una nuova idea, pensaci

Ogni Nuova Idea passa attraverso tre stadi

All’inizio chi la propone viene ridicolizzato da coloro i quali ne ignorano il potenziale


Successivamente viene sabotata da coloro i quali si sentano minacciati dal suo potenziale


Infine, quando si imposta, viene considerata ovvia.


Paul Moller
Inventore delle SKYcar

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Il 14 e il 15 aprile p.v si terrà il Consiglio Nazionale della Associazione a Chianciano.

martedì 31 gennaio 2012

Condoglianze

La Sezione Studenti e Cultori della Materia esprimono a Vittorio Scarlino ed alla sua Famiglia le più sentite condoglianze per la scomparsa del proprio Fratello, Mario.

Storia Postale

ISTITUTO DI STUDI STORICI POSTALI onlus

ha organizzato l’VIII Colloquio nazionale
La sicurezza nella storia postale
Cifrature, censure, lettere nascoste, scritture celate,
bolli anonimi

Sabato 26 febbraio 2011

PALAZZO DATINI
via Ser Lapo Mazzei 43

59100 Prato


Programma:
ore   9,00 – intervento delle autorità, saluti e apertura del colloquio
ore   9,40 – relazioni e comunicazioni:

Armando Serra – Segnalazione ottica nell’Italia napoleonica
Fabio Vaccarezza – Spy stamps nella seconda guerra mondiale
Adriano Cattani – Daniel Morosini prigioniero dei turchi: la sua corrispondenza cifrata
Flavio Riccitelli – Posta aerea transatlantica e censura 1939-1945
Claudio Manzati – “Il segreto epistolare”, L’ultima opera di Giovanni Riggi di Numana
Francesco Ruvolo – Garibaldi, Bosco e il telegrafo
Mario Coglitore – 1928: circolari riservate per il controllo della stampa
Franco Filanci – Fondini di sicurezza
Lorenzo Carra –  Sotto il francobollo
Enrico Bertazzoli – Scritture celate: stratagemmi per corrispondere segretamente
● Bruno Crevato-Selvaggi – Dalmazia 1919. L’affare Visegrad e Godollo
● discussione
ore 14,00 – fine dei lavori

Il Colloquio ha rappresentato, come i precedenti, una proficua occasione d’incontro fra accademici e privati studiosi su temi di storia postale di reciproco interesse. È aperto a tutti e la partecipazione è gratuita.
Per informazioni ulteriori rivolgersi alla segreteria dell’Istituto di studi storici postali, via Ser Lapo Mazzei 37, tel. 0574 604571, e-mail issp@po-net.prato.it 

Dalla Guardia di Finanza

FEDERCONSUMATORI
Federazione Nazionale Consumatori e Utenti
Aderente alla Confederazione Consumatori Utenti
____________________________________________________________________________________________________
Sede: Via Pintor, 1 - 43100 Parma tel. 0521/508949 - fax 0521/539486
E-mail: federconsumatori@libero.it
ATTENZIONE
TRUFFA SUI CELLULARI
TRUFFA: SE RIESCI INOLTRA A PIU' PERSONE
POSSIBILE!!!
SE RICEVETE UN MESSAGGIO SUL VOSTRO
CELLULARE CHE VI PREGA DI RICHIAMARE IL
NUMERO 0141 455414 OPPURE VI CHIAMANO CON
QUESTO NUMERO VISUALIZZATO, NON RISPONDETE
E NON RICHIAMATE PER NESSUN MOTIVO.
SE RISPONDETE ALLA SOLA RISPOSTA VI
VENGONO ADDEBITATI 50 EURO,PIÙ 2,5 EURO
PER SECONDO DI CONVERSAZIONE CHE NON
SENTIRETE PERCHÈ IL TELEFONO SARÀ MUTO MA
CONTINUERANNO A SPENDERE I VOSTRI SOLDI.
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INTERAMENTE ALLA RISPOSTA.
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lunedì 30 gennaio 2012

Come si ricostruisce un avvenimento militare con il metodo storico: il volume


Il Volume è la base della Collana Storia in Laboratorio. Riporta lo schema analitico e sintetico dedicati alla guerra classica, alla guerra rivoluzionaria, alla guerra sovversiva, oltre che alle peace support operation. In annesso riporta lo schema per la stesura di una tesi di laurea (triennale o specialistica) e di dottorato.

Si riporta l'indice:

I   -  Presentazione
II  -  Prefazione
III -  Ringraziamenti
IV -  Nota dell’Autore
V   -  Indice
Premessa
1.0 – L’approccio adottato
1.1 -  Scopo e Finalità della Ricerca

Capitolo I  -    Storia in Laboratorio
1.        Lineamenti generali
2.        Lineamenti particolari:le date di riferimento
3.        Lineamenti particolari: le modalità esecutive

Capitolo II  La teoria e la  tecnica procedurale
   a. La Teoria.
1.        La Storia quale passato e quale conoscenza del passato
2.        La Storia quale conoscenza
3.        Le Fonti Storiche
4.        Le partizioni della Storia
5.        Relazione Storia e Storiografia. La funzione dello Storico
6.        La filosofia della Storia
7.        Il concetto di svolgimento
8.        La Storia Militare
    b. La Tecnica Procedurale
          1. Premessa
          2. Partizione metodologica
          3. Le operazioni preliminari
          4. La ricerca e la raccolta del materiale di studio
          5. La critica
          6  La comprensione o sintesi
          7. L’ esposizione

Capitolo III – La ricostruzione di un avvenimento militare. La guerra ClassicaIntroduzione
1. La Premessa
2. I Belligeranti. Le Origini del conflitto
3. L’avvenimento Militare - La Situazione Generale
4. La Situazione Particolare
5. L’avvenimento Militare . Gli avvenimenti
6. Ammaestramenti

Capitolo IV  – La ricostruzione di un avvenimento militare. La guerra rivoluzionaria e/o sovversiva 
Introduzione
1. La Premessa
2. Situazione Generale delle parti in Conflitto
3. Origine del Conflitto
4. La Situazione Iniziale
5. Gli Avvenimenti Bellici
6. Considerazioni finali e ammaestramenti

Capitolo V – La ricostruzione di un avvenimento militare nelle operazioni di sostegno alla pace
Introduzione
1. La Premessa
2. Situazione Generale delle parti
3. Origine dell’intervento
4. La Situazione Iniziale
5. Gli avvenimenti Bellici e non bellici
6. Considerazioni finali e ammaestramenti

Capitolo VI-  La documentazione a corredo
Introduzione
1.         Presentazione; Note dell’Autore; Ringraziamenti;  L’approccio Adottato; Scopo e finalità della ricerca;  La
Prefazione, La postfazione;  Introduzione.
        2.      Appendice; Documenti; Indice dei Nomi; Indice dei Nomi di Località; Indice dei nomi delle Unità e dei Reparti;
                 Fotografie, Carte, Mappe; Rappresentazioni Grafiche;  Bibliografia

Conclusione

Postfazione
Bibliografia
Indice dei Nomi


 Il Volume è disponibile in ogni libreria. Presso l'Università la Sapienza, ai Chioschi Gialli. Costo18,50.
Per ordini diretti: ordini@nuovacultura.it; per informazioni ricerca23@libero.it
Ulteriori approfondimenti: http://www.storiainlaboratorio.blogspot.com/.