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venerdì 22 dicembre 2017

Difendersi dalla televisione

Difesa on line Redazione)15/12/17 

Nessun rilievo è stato mosso dal Collegio dei Questori
della presidenza della Camera al sottosegretario di Stato alla Difesa Domenico Rossi, oggetto nelle scorse settimane di alcuni servizi della trasmissione “Le Iene”. La questione riguardava l'assunzione del figlio dell’onorevole Rossi da parte del deputato Mario Caruso.

Come dichiarato dall’onorevole Roberto Capelli, membro dell’ufficio di presidenza della Camera, non è stata aperta neppure un’istruttoria sul sottosegretario Rossi, in quanto non era possibile muovere alcun rilievo nei suoi confronti: i rapporti tra il figlio di Rossi e l’onorevole Caruso erano stati regolati fin dal 2013 da un contratto del tutto legittimo, e i pagamenti erano stati fatti dallo stesso Caruso attraverso movimenti bancari sempre tracciabili, al contrario di quanto ipotizzato dalla trasmissione televisiva.


cfr Difesa on line.it/news forze armate/interforze/collegio dei questori- presidenza camera su vicenda sottosegretario rossi.

martedì 12 dicembre 2017

Alessia Biasiolo Contributi II

Hitler e “I Protocolli dei Savi di Sion”

Hitler e il gerarca nazista Goebbels nutrivano una forte ammirazione per il libro “I Protocolli dei Savi di Sion” tradotto in tedesco da Gottfried zur Beek nel 1919, così come per la raccolta di pamphlet “L’ebreo internazionale”, finanziata da Henry Ford e pubblicata tra il 1920 e il 1922, che sviluppava la tesi de “I Protocolli”. Il volume “I Protocolli dei Savi di Sion” aveva già tirato trenta edizioni quando, nel 1933, Hitler divenne cancelliere.
I “Protokoly Sionskich Mudretsov uscirono per la prima volta nel 1903 in Russia, ma già nel 1921, grazie ad articoli pubblicati sul “Times”, fu evidente che si trattasse di un falso storico, rielaborazione di satire politiche, romanzi, articoli che non sempre avevano come argomento o protagonisti gli ebrei. In modo particolare ci si rifaceva all’opera di Maurice Joly che, per attaccare la politica di Napoleone III nella Francia della seconda metà dell’Ottocento, scrisse un “Dialogo agli inferi tra Machiavelli e Montesquieu”, a sua volta ispirata ad un romanzo inglese di Eugène Sue intitolato “I misteri del popolo”. In quest’ultimo libro alla gogna veniva messa un’altra categoria di persone, spesso odiate o argomento di maldicenze, i gesuiti. Nulla, quindi, a che fare con gli ebrei, ma molto bene si prestava l’argomentazione per applicarla alla razza odiata nel Vecchio Continente a ondate più o meno frequenti. Di cospirazioni narrava anche Alexandre Dumas padre che, nell’opera “Giuseppe Balsamo”, fa organizzare da Cagliostro e i suoi uomini una cospirazione. Serpeggiava, quindi, l’idea di qualcuno o qualcosa (o entrambi) che cospirava o aveva intenzione di cospirare in Europa, per minare la solidità dell’impianto positivista e del benessere, diffondendo zizzania, malattie, problemi e morte. Contro l’Occidente cristiano manovrava un’entità segreta che poteva, nell’immaginario di ciascuno, essere diversa a seconda degli interessi, anche se la maggior parte dei lettori pensava agli ebrei come a chi poteva mettere in atto diavolerie simili. Sarà, infatti il “Libro del Kahal” a diffondere l’idea del complotto ebraico ordito per giungere a dominare il mondo; oppure la trilogia uscita a puntate su “Il Messaggero Russo” tra il 1881 e il 1890 dal titolo “L’ebreo sta avanzando”.
La struttura de “I Protocolli” si basa sui discorsi degli Anziani che spiegano come comportarsi per convincere i non ebrei, o goyim, della loro bontà mentre tramano per conquistare il mondo. Un argomento che si leggerà anche in testi nazisti, come quelli scritti per i bambini, espressamente per l’educazione scolastica a diventare “bravi nazisti” di cui il più famoso è “Der Giftpilz” o “Il fungo velenoso”, pubblicato nel 1938 in Germania da Der Stuermer-Verlag, dell’autore Philipp Rupprecht. Nel testo si leggono molti aneddoti o esempi che richiamano toni de “I Protocolli”, soprattutto relativi all’aspetto innocuo degli ebrei, se non addirittura simpatico e “normale”, ma in realtà erano avidi di denaro, sporchi e puzzolenti, con il naso adunco. La mania delle “narici troppo ebraiche” aveva portato Hitler a farsi crescere i baffi, per cercare di nasconderle o mascherarle.
L’aspetto fisico per i tedeschi nazisti, infatti, era fondamentale, dal momento che inneggiavano alla pura razza ariana, contaminata da altre razze, soprattutto quella ebraica che, secondo Hitler, aveva tramato proprio per avvelenare la razza tedesca, superiore e dominatrice. Era necessario pertanto prima di tutto eliminare gli ebrei dai territori tedeschi e poi ripulire il popolo tedesco, eliminando tutti coloro che non dimostravano di essere adatti ad appartenervi. Un altro argomento particolarmente pregnante, soprattutto nella Germania ripiombata nella crisi dopo il crollo della Borsa di New York del 1929, era economico: gli ebrei si insinuavano nella società europea, tedesca in particolar modo, attraverso la pratica dell’usura, nella quale erano maestri.
L’opera di propaganda antiebraica era stata ripresa in Russia dopo la rivoluzione dalla fazione bianca; la guerra civile che seguì il movimento rivoluzionario di febbraio e ottobre, infatti, si divise in armate rosse, bolsceviche, e armate bianche, formate dai menscevichi e dai bolscevichi moderati, che non vedevano di buon occhio la rivoluzione “tutto e subito”. Pertanto si riacutizzò l’ondata antiebraica e anche antisemita, nell’idea che la fazione ebraica avesse sobillato a favore della tragedia che si era impadronita dell’Europa in quella porzione di secolo, e in Russia in particolar modo riuscendovi. Se dapprima si vedeva il nemico ovunque, quasi lo spettro del male dovesse per forza lasciare l’amaro in bocca in un’epoca di splendore e di positività come quella che ricordiamo con il termine Belle Epoque, adesso il nemico era arrivato ad ottenere i propri scopi. E si nascondeva dietro le sembianze ebraiche e la massoneria, accusata a più riprese anche nel passato di essere anticristiana.
Come abbiamo scritto, non c’è niente di meglio che cercare la verità dove la si vuole trovare: tolse ogni dubbio sulla veridicità della cospirazione ebraica russa e massonica, e quindi su “I Protocolli”, l’imprigionamento da parte dei bolscevichi del traduttore della versione inglese del libro. L’uomo, Victor Marsden, venne imprigionato nella fortezza di San Pietro e Paolo in quanto corrispondente del “Morning Post”. Una volta rilasciato e tornato in Gran Bretagna, Marsden cominciò la traduzione della versione di Sergei Nilus, prete mistico che era diventato famoso non solo per la pubblicazione de “I Protocolli” alla fine della terza edizione di un suo libro, ma per averne modificato il testo non appena gli venne fatto notare che conteneva dei dati dubbi o impossibili. Nilus aveva identificato la Francia come la culla del complotto massonico e anche questo ebbe buona parte nel successo della diffusione del testo, dal momento che era vero che Francia e Gran Bretagna erano state e rimanevano alleate, ma gli inglesi soprattutto si prodigavano per contenere le mire economico-espansionistiche francesi. Il successo fu assoluto: in un anno vennero tirate su suolo britannico cinque edizioni del libro; lo stesso anno dell’edizione finanziata negli Stati Uniti da Ford. L’idea comune, anche in Henry Ford, era che il testo contenesse la predizione di ciò che stava realmente accadendo; ed era stato scritto oltre un decennio prima.
Tornando ad Hitler, cita “I Protocolli” nel suo “Mein Kampf”, mentre nella Germania nazista il libro divenne una lettura scolastica obbligatoria.
Lo stesso Alfred Rosenberg, importante ideologo del Partito nazista, aveva curato un’edizione del libro, nel 1923. “I Protocolli”, infatti, erano in grado di spiegare nel dettaglio il motivo di ogni problema tedesco, l’origine di ogni afflizione che era capitata alla nazione durante e dopo la prima guerra mondiale, fino alla catastrofica crisi del ’29. Sembrava che ogni aspetto della vita fosse trattato ne “I Protocolli”, dalla sconfitta bellica all’inflazione alla congiura ebraica che, finalmente, stava trovando riscontro nei fatti.
Alla fine, tanto fu il successo e il clamore de “I Protocolli”, che il nazista svizzero Zander, nel 1934, venne citato in giudizio a Berna a causa degli articoli che aveva pubblicato utilizzando “I Protocolli” come veri. Arrivati alla causa grazie a Dreyfus-Brodsky, Cohen e Ehrenpreis, citanti, nel 1935 la corte dichiarò definitivamente “I Protocolli dei Savi di Sion” falsi, osceni e plagio di altre opere, addirittura nocivi e ipotizzandoli tali anche per il futuro.
Al processo testimoniò anche Burcev, scopritore di agenti provocatori dell’Ochrana, la polizia segreta zarista, che nel 1938 pubblicherà un volume dal titolo “I Protocolli dei Savi di Sion: un falso provato”. Molti Paesi condannarono delle persone perché diffondevano “I Protocolli” pur sapendo che erano falsi e che era vietato.
Ancora oggi “I Protocolli” fanno discutere perché, se molti Paesi evitano di diffonderli, in molti altri vengono citati e trattati come veri.
Perché gli ebrei avrebbero dovuto impegnarsi in un’azione così folle e crudele? Qualcuno ha affermato che il progetto di dominare il mondo da parte degli ebrei, avesse origini antiche, dall’Antico Testamento al Talmud e che, con “I Protocolli” avessero raggiunto il modo di vendicarsi di tutte lo oppressioni subite in particolar modo per mano dei cristiani. La massoneria aveva il compito, alleata con gli ebrei, di controllare la massa incolta attraverso le proprie logge.
“I Protocolli”, quindi, non erano altro che i verbali degli incontri segreti che i Savi di Sion, gli ebrei più potenti, avevano organizzato a Basilea. Gli incontri avevano coinciso con il primo Congresso Sionista mondiale, promosso da Theodor Herzl che voleva diffondere tra gli ebrei l’idea di avere un Paese proprio, una nazione che li riunisse in Palestina. Al Congresso avevano partecipato molti esponenti non ebrei di molti Paesi del mondo e la storia suonava stonata già allora. La stesura del testo la si deve a Matvey Golovinsky, appunto un agente dell’Ochrana, che doveva cercare di aumentare nel popolo russo la convinzione che gli ebrei fossero, d’accordo con i massoni, personaggi di sinistra che volevano cospirare contro la Russia e le altre parti del mondo. In questo modo, il processo di democratizzazione in Russia sarebbe stato ulteriormente allontanato. Proprio nel 1905, ad esempio, lo zar cercò di mandare la propria gente in guerra per accontentarla nell’idea di avere terre e soldi, senza però cambiare nulla dell’organizzazione dell’immenso e arretrato territorio russo. Scoppiata la rivoluzione nel 1917, i fatti sembravano dare ragione ai falsi Protocolli, soprattutto perché lo stesso Trotsky, capo della fazione che poi si rivelerà contraria a quella di Lenin, era ebreo. E quindi tutto sembrava deporre a favore della veridicità delle predizioni, diffuse in Europa da coloro che fuggivano, per vario motivo, dalla Russia sconvolta dalla guerra civile. Forse perché gli esseri umani amano molto gli oroscopi e cercare di conoscere il futuro prima che questo si avveri: per alcuni, quindi, “I Protocolli” erano moderne Cassandre o King cinesi, anche se purtroppo con conseguenze non atte a migliorare la vita, bensì a provocare la morte di milioni di persone innocenti.

Comm. Alessia Biasiolo

Bibliografia essenziale
Adolf Hitler: “Mein Kampf”, Free Ebrei edizioni, 2017
Javier Alonso Lopez: “Il mito dei Protocolli dei Savi di Sion”, Storica, N.G., n. 105, 2017
Philipp Rupprecht: “Il fungo velenoso”, in Ceritto, Messineo: “Libriamoci”, Le Monnier


martedì 5 dicembre 2017

Alessia Biasiolo Contributi I

L’organizzazione della R.S.I.

I punti salienti sui quali la voce di Mussolini da Radio Monaco insiste annunciando la necessità della nascita della Repubblica Sociale Italiana (R.S.I.) sono vari. Innanzitutto il ritorno al fascismo delle origini, con la sua netta impronta sociale, che mette in chiaro la lealtà all’alleato tedesco, sottolineando il tradimento della monarchia e del governo Badoglio, compresi tutti i sostenitori, a qualunque titolo, lasciando intendere nettamente che gli Alleati angloamericani continuavano ad essere i nemici. La necessità di lavare l’onta dell’onore compromesso dall’annuncio dell’armistizio dell’8 settembre, con la conseguente umiliazione di essere disarmati dall’alleato tradito, i tedeschi, perché dovevano necessariamente difendersi dal cambio di fronte ovviamente ritenuto vigliacco. Il bisogno di riscattare i propri territori occupati sempre dall’alleato tedesco, ma anche dal nemico che stava avanzando per la penisola, complice il governo Badoglio, che gettava ancor più vergogna sulle migliaia di soldati caduti. Era necessario, dunque, riprendere le armi a fianco degli alleati tedeschi e giapponesi, iniziando a ripulire il Paese. A cominciare dai primi veri traditori, i membri del Gran Consiglio del Fascismo, che avevano dichiarato deposto il loro Duce il 25 luglio 1943. L’obiettivo era chiaro: solo il sangue poteva cancellare il disonore. Bisognava poi riorganizzare le Forze Armate e la Milizia. Il nuovo governo nacque, così, il 23 settembre, termine ultimo dato dal plenipotenziario Rahn per emettere il comunicato con la lista dei ministri. La prima riunione del nuovo Consiglio dei Ministri ebbe luogo alla Rocca delle Caminate il 27 settembre, in quella residenza estiva di Mussolini alla quale da subito avrebbe voluto tornare. La riunione non fu facile, dal momento che era chiaro a tutti quanto fosse impossibile per la nuova Repubblica muovere i suoi passi. Impossibile spostarne la capitale a Roma, dal momento che l’avanzata angloamericana era abbastanza rapida e i tedeschi volevano sedi lontane dal confine e prossime, invece, al confine con i propri territori. Inesistente l’esercito, la struttura amministrativa, i finanziamenti. Era necessario iniziare tutto da capo, quindi venne scelta una sede sul lago di Garda dove Mussolini decise di risiedere. Precisamente prende alloggio a Villa Feltrinelli, a Gargnano, dove arriva il 10 ottobre; gli uffici di Presidenza vengono posti poco distante, alla villa delle suore Orsoline, mentre le sedi dei ministeri e dei vari uffici vengono sparse un po’ ovunque: a Salò, a Brescia, a Lonato. A Salò prese sede l’Agenzia Stefani che si occupava di diramare i comunicati alla stampa e proprio perché l’Agenzia inoltrava i dispacci da Salò, la Repubblica Sociale venne soprannominata Repubblica di Salò, o repubblichina per i detrattori. L’adesione alla R.S.I. da parte di alcuni fu entusiastica e immediata. Coloro che erano fascisti convinti, altrettanto convintamente aderirono alla neonata organizzazione per riscattare l’orgoglio italiano ferito dalla vigliaccata che era stata compiuta dal governo e dal Re, perché tale veniva vissuta. I funzionari che entrarono a far parte della struttura organizzativa furono circa 14mila, tra convinti del regime, coloro che svolgevano un regolare buon lavoro, chi temeva di perdere prerogative di carriera e chi, invece, temeva rappresaglie politiche, piuttosto che di finire chissà come in mano ai nazisti o agli angloamericani. La scelta non fu facile perché, al di là di coloro che professavano convinte idee fasciste, l’imminente arrivo proprio degli angloamericani prometteva la fine della guerra e miglioramenti almeno nella situazione precaria quotidiana. Tra chi reclutava persone per il Nord c’era Almirante che spiegava le ragioni della R.S.I. e la necessità di vincere, in un clima che ricordava molto i raduni entusiastici da Marcia su Roma o di poco prima della guerra. Nel frattempo, rinasce anche il partito che diventa Partito Fascista Repubblicano, con la riapertura delle Federazioni un po’ in tutte le città dove il partito fascista era andato scomparendo una volta dichiarato fuori legge dal governo Badoglio. Ben presto proprio dalle Federazioni e da alti rappresentanti del Partito si alzano le lamentele verso gli aderenti alle fila che non erano più selezionati tra la migliore gioventù o tra i migliori militanti convinti, ma riunivano accozzaglie di personaggi più attirati dalle idee di rivalsa e violenza che da alte idee politiche o di riscatto nazionale. L’attività febbrile portò alla costituzione del primo Congresso che si tenne nelle sale di Castelvecchio a Verona il 14 novembre, conclusosi con la ratificazione ufficiale della nascita della Repubblica Sociale Italiana e di un manifesto programmatico che aveva questo esordio:
“Il primo rapporto nazionale del Partito fascista repubblicano: leva il pensiero ai Caduti del Fascismo repubblicano, sui fronti di guerra, nelle piazze delle città e dei borghi, nelle foibe dell’Istria e della Dalmazia che si aggiungono alle schiere dei Martiri della Rivoluzione, alla falange di tutti i morti per l’Italia; addita nella continuazione della guerra a fianco della Germania e del Giappone fino alla vittoria finale e nella rapida ricostruzione delle Forze armate destinate ad operare accanto ai valorosi soldati del Führer, le mete che sovrastano qualunque altra di importanza ed urgenza; prende atto che i decreti del Partito porteranno intransigente volontà ed esemplare giustizia e, ispirandosi alle fonti e alle realizzazioni mussoliniane, enuncia le seguenti direttive programmatiche per l’azione del Partito”. Oltre alla costituzione della Repubblica Sociale, in politica estera si doveva operare per eliminare i secolari intrighi britannici dal continente, abolendo il sistema capitalistico interno.
Le difficoltà furono da subito evidenti: all’interno del Partito, e di conseguenza della neonata Repubblica, le correnti erano discordi su molti punti programmatico-organizzativi, tra i quali la Costituente, di conseguenza non era semplice portare avanti quello che doveva essere un vero e proprio governo. Dal canto loro i tedeschi, pur se molti dei gerarchi non vedevano di buon occhio la Repubblica, di certo erano sollevati dal fatto di non dover organizzare i territori italiani. Anche all’interno della gerarchia tedesca vi erano varie fazioni e vari punti di vista, spesso in contrasto tra loro, e se è appunto vero che usavano l’idea di R.S.I. come mezzo organizzativo territoriale, allo stesso tempo non mancavano di reclutare personale volontario per le loro forze, soprattutto proprio tra chi vedeva il tradimento italiano come sbagliato nei confronti di un alleato così fedele da fare liberare il Duce. Pertanto alcuni italiani si arruolarono volontari nelle SS italiane, costituendo una forza ausiliaria di appoggio all’alleato nazista. Lo scopo tedesco era quello di utilizzare gli italiani volontari nelle loro fila per liberare le forze tedesche che, così, potevano impegnare il nemico diversamente. Ad esempio, gli italiani potevano tenere in scacco gli Alleati lungo le coste per permettere azioni in profondità che avrebbero, se non altro, rallentato l’avanzata nemica sul suolo italiano. Tali erano, infatti, le direttive dell’Oberkommando della Wehrmacht italiana. Altra organizzazione che arruolava molti italiani era la Todt per utilizzarli come forza lavoro, sia in Italia che in Germania dove molti vennero inviati. A questo punto, se l’idea originale di Mussolini era quella di ricostituire un esercito intorno alla rinata Milizia, le cose divennero difficili, tanto da portare alla sofferta scelta di affidare la riorganizzazione dell’esercito a Rodolfo Graziani, poco amato da Mussolini stesso, ma unico con sufficiente esperienza. Graziani riunì in sé il Ministero dell’Esercito, il Ministero della Marina e il Ministero dell’Aeronautica, chiamandolo prima Ministero della Difesa e poi Ministero delle Forze Armate. Sembra a questo punto che le mosse principali fossero volte a costituire una struttura organizzativo-politica, più che a pensare ad organizzare la vita degli italiani. Per ottenere il necessario permesso tedesco, Graziani si adoperò per convincere gli ufficiali ad entrare nell’esercito repubblicano e organizzarlo. Per farlo, cominciò ad aumentare gli stipendi, che passarono a circa 20mila lire al mese per un generale; circa 12mila lire al mese per un colonnello; circa 6mila lire per un capitano. Stipendi faraonici, se si pensa che un impiegato percepiva meno di 2mila lire mensili. Pertanto furono in molti gli ufficiali che risposero positivamente alla chiamata, raggiungendo la cifra di 12mila solo a Roma, circa 60mila in totale. Non essendo tutti necessari, verranno tenuti a disposizione.
Il 9 ottobre 1943 era programmato un incontro tra Hitler e Graziani. Nel promemoria per Graziani, i punti da discutere erano tanti. Soprattutto se il governo tedesco intendesse trattare l’Italia come territorio occupato o ristabilirne al più presto l’indipendenza politica, con i relativi rapporti di alleanza. Nel caso il governo del Reich volesse lasciare l’indipendenza all’Italia, essa doveva avere libertà d’azione, di comunicazione e di trasmissione agli organi politici e militari del governo italiano, altrimenti sarebbe stato impossibile assolvere alle proprie funzioni. Bisognava poi determinare un territorio di guerra in cui le autorità politiche italiane avessero facoltà di azione completa. L’armamento da adottare avrebbe dovuto essere quello tedesco, visto che le condizioni dell’Italia non permettevano di certo approvvigionamenti. Sarebbe dovuto poi essere organizzato un periodo di addestramento alle armi tedesche, dato che erano di diversa dotazione rispetto alle italiane.
Lo scopo di Graziani, discusso in Germania con Hitler e i suoi luogotenenti, era di costituire 25 divisioni complete di servizi e complementi, per un totale di circa mezzo milione di uomini, ma gli alleati concessero la creazione di un esercito da 12 divisioni, mentre il capo di Stato Maggiore dell’esercito germanico, il feldmaresciallo Keitel, affermava che soltanto un esercito italiano inesistente non avrebbe tradito i tedeschi, ad indicare la chiara percezione che poteva avere degli italiani, soprattutto organizzati nuovamente in una struttura militare. Le prime quattro divisioni italiane si sarebbero addestrate in Germania, nei campi di Müsingen, Sennelager, Grafenwöhr, Heuberg, al comando degli IMI, cioè dei militari presi prigionieri dai tedeschi all’indomani dell’8 settembre, ma che avevano nel frattempo scelto di aderire alla R.S.I., sia ufficiali che sottufficiali, con personale di leva di nuove classi in Italia (quelle del 1924/1925, oltre al personale del 1923 in congedo provvisorio). Il 27 ottobre, il Consiglio dei Ministri della R.S.I. approvava lo scioglimento delle vecchie forze armate regie e una nuova legge che approvava le forze armate nuove. Data la discussione inerente lo scioglimento della Milizia, si giungerà all’accordo di costituire la Guardia Nazionale Repubblicana (Gnr) composta dagli aderenti alla vecchia Milizia, dai Carabinieri e dalla polizia d’Africa italiana. La Gnr avrebbe avuto compiti di polizia militare e polizia interna, compresa la lotta alla Resistenza. L’annuncio della nascita della nuova Guardia venne dato il 27 novembre e ufficializzato l’8 dicembre 1943. Gli aderenti iniziali, entusiastici, furono molti, in modo particolare per dimostrare ai tedeschi che non era colpa di tutti gli italiani quanto era accaduto, ma c’erano le forze italiane desiderose di riscattare lo sbaglio di alcuni. Anche dal Ministero della Cultura popolare i toni erano i medesimi: doveva essere messo in risalto l’onore italiano nei confronti di quell’alleato tradito che ora, è bene ricordarlo, occupava il suolo italiano per buona parte e non con blande intenzioni. In nome dei morti e dei mutilati, si doveva lottare per la Patria e riscattarne l’onore. Gli studenti dovevano lasciare ogni loro interesse per correre a salvare la Patria in quel momento di assoluto bisogno, di assoluto disonore. Pertanto, anche quel genere di discorsi altisonanti comportavano, negli anni di preparazione della gioventù italiana alla lotta, adesioni rapide ad una compagine che dava garanzie di sapere come agire di fronte a giorni in cui i fatti non erano stati per niente chiari. Si leggeva sui manifesti: “Il nostro glorioso Esercito è stato ricostituito. Il bel grigio verde che avete indossato in cento battaglie dalle steppe russe al deserto libico egiziano, vi attende. Riavrete distintivi e insegne ben noti e cari alla memoria di tutti i vecchi combattenti e, con le stesse bandiere per le quali i vostri padri non risparmiarono la vita, riporterete la Patria sulla via della salvezza e dell’onore”. Lo stesso Ministero, sotto le direttive di Giorgio Almirante, diffonde cartoline e volantini pubblicitari per inneggiare al dovere di riprendere le armi a fianco dell’alleato tedesco.
Accanto ai manifesti, l’azione incisiva della propaganda cinematografica riprende. Infatti, i cinegiornali e i lungometraggi dell’Istituto Luce mettono in evidenza l’arruolamento sotto il fascio littorio ancora, l’accorrere della migliore gioventù nella Gnr o nell’esercito. Ricompaiono i cari simboli del teschio, dei fasci e delle fiamme nere, a indicare la continuità proposta, dispetto alla rottura badogliana, dalla R.S.I.
In “Brescia repubblicana” del 24 novembre 1943, si legge che anche i podestà, i sacerdoti e i funzionari pubblici si dovevano mobilitare per la buona riuscita dell’arruolamento, anche perché alcune circolari sancivano chiaramente che, in caso di mancata presentazione dei chiamati alla leva obbligatoria, i provvedimenti sarebbero stati presi proprio a carico dei podestà e dei capi famiglia. Alcuni casi si ebbero subito, a monito, con arresto dei capi famiglia e il ritiro delle tessere annonarie per l’acquisto dei beni di prima necessità. Si aggiunsero provvedimenti ancora più severi, come il ritiro della licenza di esercizio alla famiglia dei renitenti, il divieto di uccidere i maiali, la sospensione dall’impiego, eccetera.
Il Prefetto di Brescia scriveva: “[…] la costituzione del nuovo Esercito italiano […] dovrà riscattare l’onore perduto col tradimento dell’8 settembre. Ogni italiano che ami veramente la Patria non può non volere che le nostre bandiere ritornino a sventolare alla testa dei suoi reggimenti. Si impone da parte di ognuno di noi il dovere di svolgere la più assidua e appassionata attività perché nell’animo dei nostri giovani si riaccenda, ove occorra, il sentimento del dovere: il dovere di impugnare le armi per ricacciare, al fianco dei valorosi alleati germanici il nemico invasore del sacro suolo della Patria. Quel nemico che dal cielo distrugge le nostre città, uccide le nostre donne, i nostri vecchi, i nostri bambini”. I risultati furono soddisfacenti, pur essendo molti i giovani che non si presentavano affatto all’ufficio di leva, oppure orientati alla Gnr, alla Todt, alle SS. Se la chiamata alle armi riguardava 186mila uomini, nel gennaio del 1944 se ne erano presentati 87mila, dimostrando da subito l’inadeguatezza della macchina organizzativa. Ottenuto il discreto risultato di arrivo degli uomini, infatti, non si sapeva dove metterli e come gestirli. Mancavano le caserme, le armi, gli equipaggiamenti, rendendo l’adesione un immediato pentimento, mentre dove le condizioni di trattamento erano migliori, l’adesione divenne più entusiastica ancora. Il 16 gennaio 1944, Mussolini tolse l’idea di apoliticità delle forze armate, imponendo il saluto romano anche all’esercito e che le stellette venissero tolte, in quanto ricordo della monarchia. Avrebbero dovuto essere sostituite con il gladio romano. Il 9 febbraio venne imposto a tutte le reclute il giuramento di fedeltà alla R.S.I., per frenare il dilagare del bolscevismo, come ebbe ad affermare Graziani. Sempre ai primi di febbraio, data la scarsa adesione, venne emanato un nuovo bando per le classi 1922, 1923 e primo quadrimestre 1924. Per frenare la renitenza alla leva, il 18 febbraio 1944 venne emanato il tristemente famoso “Bando Graziani”, secondo il quale renitenti e disertori sarebbero stati condannati a morte per fucilazione, così come i renitenti del precedente bando avrebbero avuto 15 giorni di tempo per regolarizzarsi prima di incorrere nella medesima pena. I risultati del Bando furono immediati e felici per gli intenti repubblicani, ai fini dell’arruolamento: ad esempio, nelle province di Brescia e Bergamo soltanto l’1,6 per cento dei richiamati non si presentò al Distretto Militare.
Nel frattempo, la R.S.I. era stata riconosciuta dalla Germania e dal Giappone, che avevano indotto al riconoscimento Bulgaria, Croazia, Romania, Slovacchia, Ungheria, Cina, Thailandia. Ufficiosamente iniziarono relazioni diplomatiche con Argentina, Portogallo, Spagna, Svizzera e Vaticano, mentre la Francia di Vichy e la Finlandia non la riconobbero. Mussolini in quei mesi era occupato nel tentativo di indire una Costituente, come già affermato nel programma politico di Verona, che avrebbe dovuto vedere la delegittimazione del Re, con la fine della monarchia e il riconoscimento della Repubblica Sociale messi in atto addirittura dal Parlamento. In sostanza, la Camera dei Fasci e delle Corporazioni avrebbe dovuto autoconvocarsi, ritenendo illegittimo il provvedimento di scioglimento proclamato dal governo Badoglio che sarebbe stato considerato un colpo di stato, messo in atto addirittura arrestando dei membri della Camera stessa prima del colpo di stato e prima del suo scioglimento, quando gli stessi membri godevano dell’immunità diplomatica. Insomma, un comportamento illegittimo sotto tutti i punti di vista, ma altrettanto impossibile sarebbe stato il sogno di Mussolini, dal momento che il Parlamento sarebbe dovuto essere costituito da un Senato che non esisteva e che, per sistemare le cose, avrebbe dovuto dichiarare la legittimità della neonata Repubblica. Forse del tempo perso, che comunque portò Mussolini a un ruolo ancor meno significativo del previsto nel suo nuovo governo, interlocutore dei tedeschi. I quali, nel frattempo, avevano messo in atto in Italia la loro politica repressiva, non soltanto l’azione bellica contro il nemico che, pur se a volte lentamente, continuava ad avanzare.
Nemico costituito dagli angloamericani che, dal canto loro, avevano comunque sperato nell’apporto dell’esercito italiano contro la Germania. Pensavano inizialmente, cioè, che con l’armistizio dell’8 settembre le forze armate italiane davvero si rendessero conto che la situazione era cambiata e che, per ordini o per scelta, si sarebbero schierate con loro per rendere la fine della guerra la più celere possibile. Se, con la voce del comando dell’esercito tedesco, al 10 settembre 1943 l’esercito italiano non esisteva più, e risultava assolutamente evidente che l’Italia fosse il ventre molle dell’Asse Roma Berlino, allora con la stabilizzazione del fronte a Cassino, il fronte italiano diventava sempre meno importante, lasciando tempo e forze organizzative al settore ben più interessante della Francia, con quello che sarà lo sbarco in Normandia. Pertanto il territorio italiano diventava sempre meno basilare, lasciando che le operazioni militari fossero nulla più di una guerra di logoramento, condotta via via con forze ridotte per il trasferimento in Francia dei reparti: impegnare i tedeschi sul fronte italiano sarebbe stato agevole e strategicamente determinante, affinché l’altro fronte fosse la sorpresa definitiva al Reich. Il peso politico maggiore sull’Italia lo avevano gli inglesi capeggiati da Churchill, i quali erano maggiormente a conoscenza della situazione italiana e avevano maggior peso politico sull’Italia, verso la quale gli americani non avevano una vera e propria politica. Pertanto lasciavano fare agli alleati che non avevano grande fiducia nei quadri italiani sia ufficiali, dato il comportamento dopo Cassibile, sia partigiani che spesso venivano considerati poco controllabili. Inoltre, la situazione in Grecia si stava facendo complessa e pertanto prevaleva il punto di vista di Churchill. Il quale non aveva certo dimenticato la necessità di punire l’Italia, sia per essere entrata in guerra contro la Gran Bretagna in un momento così difficile come il 1940, sia perché proprio l’Italia aveva messo in scacco l’egemonia britannica nel Mediterraneo, uscendone perdente. L’Italia, quindi, avrebbe dovuto conquistarsi e meritarsi pezzo per pezzo la sua libertà, dato che se una nazione si sottomette ad un regime tirannico, non può essere assolta dalle colpe di cui il regime si è reso colpevole, come affermò Churchill nell’agosto del 1944. Pertanto, dato che nell’agosto del 1944 Roma era già stata liberata, il primo ministro britannico riteneva impossibile passare dallo status di cobelligerante contro i tedeschi (ottenuto con l’armistizio del 1943) ad un trattato di pace. Infatti, gli Alleati non avevano alcun bisogno dell’Italia per concludere le operazioni militari nel Paese e il popolo italiano liberato non era sufficientemente rappresentativo di tutta quella parte di italiani ancora in mano ai tedeschi nel Centro-Nord.

Comm. Alessia Biasiolo

Bibliografia essenziale
Mario Avagliano, Marco Palmieri: “L’Italia di Salò”, il Mulino, Bologna, 2017
Giorgio Bocca: “La repubblica di Mussolini”, Mondadori, Milano, 1997
Frederick William Deakin: “Storia della Repubblica di Salò”, Einaudi, Torino, 1970
Renzo De Felice: “Mussolini l’alleato”, Einaudi, Torino, 1997
“Il Manifesto di Verona”, 14 novembre 1943

Arrigo Petacco, Sergio Zavoli: “Dal Gran Consiglio al Gran Sasso”, Mondadori, 2013

domenica 3 dicembre 2017

Possibilità di scirvere

Al fine di migliorar ele proprie capacità di pubblicare ed affinare le ricerche in corso, come banco di prova e di miglioramento, questo Blog è messo a disposizione degli Studenti che intendono pubblicare note ed articoli, concordati, per familiarizzarsi con l'editing.

Prendere contatto con studentiecultori2009@libero.it.

In Riferimento per eventuali pubblicazioni su carta è: centrostudicesvam@istitutonastroazzurro.org.

Massimo Coltrinari