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venerdì 30 gennaio 2026

Il Motto del Centro Studi sul Valore Militare.

 

Il Motto rappresenta la sintesi delle consistenza e profilo di ogni organizzazione. Nelle sue caratteristiche deve avere quella della sinteticità e del profondo significato.

Il CESVAM ha inteso adottare il seguente motto

“L’aver inteso, senza lo ritener, non fa scienza”

Come noto, il passo è in Dante, Paradiso, V., Versi 41-42, non nelle esatta sequenza come qui presentata ed adottata, che ha assunto una sua valenza ulteriore in quanto citato il passo da Machiavelli, nell’esilio all’Albergaccio, presso San Cascano,  momento chiave e qualificante della vita del grande fiorentino. Sono i momenti della nascita del “Principe”, opera fondamento della Scienza Politica moderna,  che trova il suo annuncio nella ancor più nota “Lettera a Francesco Vettori” del 10 dicembre 1513.

Pessimismo e fortuna, lontananza dalla politica,  l”’ingaglioffamento”  il colloquio con i classici ed  la “ verità effettuale della cosa” sono i passaggi chiave della Lettera all’Ambasciatore ed amico che è può essere adottato anche come programma che vale la pena di seguire.

L’alternanza di “ingaglioffarsi” e di indossare i “panni curiali” sono i cardini di un atteggiamento che dovrebbe permettere ad ogni componente del CESVAM di attuare in modo pratico il motto sopra indicato.

La ricerca, lo studio, l’impegno, non ha alcun senso e tutto in breve verrebbe dimenticato, se non viene fissato nella memoria, nello scritto, nell’elaborato. Facendo questo si fa “scienza” si costruisce e si fa “sapere”, che è la finalità ultima del CESVAM, che è in finale rimane e deve essere sempre un Centro Studi. In questa sequenza, che è il programma adottato si racchiudono i comportamenti di relazione in un affinamento per step successivi che rappresentano le regole di partecipazione al CESVAM.


 Massimo Coltrinari 

martedì 20 gennaio 2026

Missioni All'Estero La Testimonianza di Antonello Messenio Zanitti

 


SABBIA E SILENZIO                                                     

  [Gen. D. (ris) Antonello Messenio ZANITTI]

 

Nel 2003 portavo sul petto il grado di Tenente Colonnello e prestavo servizio presso la Divisione “Mantova”, di stanza a Vittorio Veneto. Erano anni in cui la parola pace sembrava sempre più fragile, e l’Italia, insieme ai suoi alleati, fu chiamata a un compito difficile. Fui assegnato alla Multinational Division South-East (MND-SE), Divisione a guida britannica impegnata in Iraq, a seguito della lotta contro il terrorismo scaturita dopo l’attacco alle Torri Gemelle nel 2001.

Il mio incarico era quello di Capo Branca Piani (Chief G5) della Divisione, responsabile della pianificazione operativa dell’area sud-est dell’Iraq. Dietro quella sigla, “G5”, si nascondeva un mondo di mappe, piani, decisioni, notti insonni e responsabilità che pesavano come il deserto dopo il tramonto.

 

Il Comandante

Il Comandante, il Maggior Generale Graeme Lamb, appartenente alle forze speciali britanniche, era un uomo che rimane impresso nella mente: tutto di un pezzo, capace di ispirare fiducia e competenza solo con lo sguardo. A lui fornivo quotidianamente le diverse opzioni operative per le unità dipendenti, al fine di assolvere i compiti assegnati. Un Comandante con la “C” maiuscola, che — cadesse il mondo — trovava sempre la forza e l’energia per ogni cosa. Non mancava giorno che fermasse lo staff per annunciare: «Let me think». Poi lo vedevamo, a torso nudo, sfrecciare con i suoi inseparabili pattini a rotelle tra gli elicotteri d’attacco fermi sulla pista di rullaggio. Un grande, nel senso più autentico del termine.

 

La partenza

Partii per l’Iraq pochi mesi dopo la nascita di mio figlio, Giacomo. Ricordo ancora il suo viso piccolo e sereno, e il profumo della casa quando chiusi la porta per l’ultima volta prima di partire.

Sapevo che sarei rimasto lontano a lungo — più di cinque mesi senza sosta — immerso in un tempo in cui ogni giorno aveva lo stesso colore della sabbia e dello sforzo.

 

L’impegno quotidiano

Il mio mandato fu segnato da due eventi che resteranno incisi nella memoria di chi c’era: l’attentato di Nassiriya e la cattura di Saddam Hussein.

Il primo ci colpì nel profondo. Il rumore dell’esplosione attraversò non solo il deserto, ma le anime di tutti noi. Quella giornata mise a nudo la vulnerabilità di chi indossa l’uniforme non per gloria, ma per servizio. Eppure, fu anche il momento in cui capimmo quanto fosse grande il valore della coesione, del silenzioso coraggio di chi non si arrende. Ricordo come fosse oggi quel giorno. La Brigata italiana impegnata a Nassiriya, alle dirette dipendenze della Divisione in cui operavo, fu colpita… certamente non affondata. Minuto dopo minuto le informazioni arrivavano sempre più tristi, sempre più pesanti: la lista dei caduti sembrava non volersi fermare. Quel giorno il Comandante della Divisione prese carta e penna e scrisse un messaggio da trasmettere a tutti: un messaggio di forza, di chi non flette agli eventi. Lo ricordo bene, intatto nella mia mente:

“Signori, dei coraggiosi italiani hanno perso la vita oggi facendo il loro lavoro. È tempo ora di fare il nostro. Non siate deflessi da questi tragici eventi; il nemico continuerà a fare ogni cosa in suo potere per uccidere noi, i nostri soldati, piloti, marinai e civili che contribuiscono al nostro impegno per capovolgere la situazione qui in Iraq – loro falliranno. Ho sempre sostenuto che avremmo affrontato oscuri e difficili giorni avanti a noi – oggi è uno di questi. Ai miei amici italiani, miei fratelli in armi, voi avete la mia più profonda comprensione. Voi camerati avete pagato l’ultimo prezzo; loro non hanno tradito noi – io non intendo tradire loro”. (Graeme Lamb, General Officer Commanding, Multi-National Division South-East, Iraq).

Il mio lavoro continuava, e sebbene la stanchezza si facesse sentire, ero orgoglioso di essere un ingranaggio di quella macchina che fa parte della Storia. In guarnigione eravamo relativamente al sicuro — una sicurezza che svaniva quando, settimanalmente, salivamo sugli elicotteri per raggiungere le Brigate dipendenti e affinare le pianificazioni operative. Erano voli tattici, a pochi metri dal suolo, facendo lo slalom tra le palme per evitare di essere ingaggiati da eventuali lanciarazzi RPG, con atterraggi rapidi — a volte troppo rapidi. Ricordo bene anche l’atterraggio su una portaerei americana, ormeggiata nel Golfo Persico. Lì, l’Ammiraglio comandante dell’unità volle ringraziare personalmente me — un semplice Tenente Colonnello — per quanto fatto e per quanto ancora da fare. Conservo ancora il “Coin” con l’emblema della portaerei che mi consegnò, passato di mano in mano come fosse il passaggio di un testimone. Un piccolo oggetto, ma carico di significato: un filo invisibile che lega tutti coloro che servono, perché il lavoro di uno si riflette inevitabilmente su quello degli altri che portano una divisa.

La cattura di Saddam Hussein portò invece un senso di svolta. Ricordo la notizia come un sussurro che si diffuse tra le tende e i centri operativi: la sensazione che qualcosa, forse, stesse davvero cambiando. Ma la guerra non conosce trionfi assoluti: ogni passo avanti aveva il peso di ciò che avevamo perso. Ancora una volta il Comandante scrisse:

“Le missioni sono ciò per cui viviamo e moriamo; l’Iraq non è stata un’eccezione. Qui voi avete fatto una reale differenza, a contatto con gente cui non è mai stato concesso un brandello di decenza, e avete contribuito a dare loro un’esistenza significativamente migliore. Ciò che facciamo in vita è il fondamento della nostra umanità. Noi poniamo noi stessi sulla via del pericolo, affrontando terrore e intimidazione, prendendo le difese di antichi ideali, della dedizione e del sacrificio. Noi restiamo in disparte dagli altri. Siamo una schiera di fratelli.

Non cerchiamo fama, ma la silenziosa solitudine di chi fa bene un lavoro difficile. Io sono immensamente orgoglioso di aver servito al vostro fianco. Continuate a operare come state facendo; mantenetevi al sicuro, ma se dovete marciare al suono delle armi, fatelo senza esitazione o timore di fallire. La vita mi ha insegnato che il coraggio non è un dono, ma la mera applicazione della forza di volontà. Siate forti. Molto è stato fatto e molto ancora è da fare. Il fallimento non è in considerazione, non è un’opzione”. (Major General Graeme Lamb, Commanding General, Multinational Division South-East, Iraq)

 

Il ritorno

Quando tornai a casa, dopo quei lunghi mesi, Giacomo era cresciuto. Lo trovai diverso, eppure familiare. Aveva imparato a sorridere senza conoscermi davvero, e io dovevo imparare a essere padre da capo. Portavo con me il silenzio del deserto, le voci dei camerati, e la consapevolezza che la distanza più grande non è quella tra i continenti, ma quella che si apre tra chi parte e ciò che lascia. Da allora, ogni volta che guardo una fotografia di quei giorni, rivedo non solo la missione, ma la fragile grandezza dell’essere umano quando serve qualcosa di più grande di sé.

 

 

 

 

 

Zanitti Antonello Messenio, 1964, Esercito Italiano, Divisione “Mantova”, Chief G5 nella Multinational Division South-East in IRAQ, ottobre 2003 – marzo 2004, Tenente Colonnello.

sabato 10 gennaio 2026

Guerra di LIberazione. Domande in cerca di risposta

 Massimo Coltrinari

Al momento della caduta del fascismo, il 25 luglio 1943, e la sostituzione di Mussolini con il Maresciallo Badoglio a capo del Governo, la stragrande maggioranza degli Italiani accarezzò l’idea che la guerra fosse finita, e che l’Italia avrebbe trovato una soluzione con gli anglo-americani per mettere fine agli errori del Fascismo e quindi ritornare a una situazione di pace. Era una illusione collettiva, in quanto la violenza che il Fascismo aveva portato a popoli e territori non poteva essere dimenticata come inesistente; inoltre nessuno metteva in conto l’atteggiamento della Germania e dei suoi alleati. I giorni del governo badogliano entrano in quella nebulosa situazione che va sotto il nome di “crisi armistiziale”, in cui molti coni d’ombra ancora restano tali, che la versione acquisita ancor oggi non può reggere alla realtà dei fatti, che molti punti chiave aspettano interpretazioni ulteriori per definire un quadro che non è quello oggi accettato. Nell’ambito della cosiddetta “crisi armistiziale” prendiamo dei episodi, dei momenti, dei fatti cercando “dal basso” di ricostruirli e comprenderli per allargare gli orizzonti. Pertanto come dobbiamo considerare questi fatti:


Il Ten. Col. Zignani e il Col. Raucci: fucilati il 17 novembre 1943 ad Elbassan in Albania dai tedeschi, con l’accusa di non essersi arresi e prese le armi conto forze tedesche alleandosi con i ribelli albanesi, in uniforme italiana con le stellette al bavero, perché a capo di unità combattenti del C.I.T.a.M. (Comando Italiano truppe alla Montagna), in contatto ed autorizzato con il Comando Supremo Italiano a Brindisi


197 Sottotenenti dell’Esercito Italiano, di complemento, giurano fedeltà al Re ed alla Patria nel campo di concentramento tedesco di Darlan in Polonia il 23 novembre 1943, in quanto catturati prima della fine del loro corso di Allievi Ufficiali in Italia.


Le I.S.U. ( Le Italian Unit Service) lavorano, nel gen. 1944, 24 ore al giorno con turni di 8 ore al porto di Boston per alimentare il Corpo di Armata Americano che sbarcherà in Normandia nel giugno 1944


Il gen. Raffaele Cadorna è al comando del Corpo Volontari della Libertà nel Nord Italia riconosciuto da tutte le forze “ribelli” operanti attraverso le forze politiche riunite nel CLNAI (Comitato di Liberazione Nazionale Alta Italia)


Il I Raggruppamento Motorizzato dell’Esercito Italiano attacca sulla stretta di Mignano Montelungo l’8 e il 16 dicembre 1916 inquadrato nella 36a Divisione Texas USA


Mussolini, capo della Repubblica Sociale Italiana, proclama nel 1944 la socializzazione.


Il cap. dei carabinieri reali dell’Esercito Italiano Pezzella è a capo della compagnia di Reali Carabinieri che svolge compiti di polizia militare sulla testa di ponte di Anzio dal 22 gennaio al 25 maggio 1944 in sostituzione delle Polizie militari britanniche e statunitensi, riconosciuto da tutti


La Divisione “Garibaldi” composta da unità alpine combatte in Montenegro (Zavattaro-Ardizi) contro i tedeschi a fianco


La Balkan Air Force composta totalmente da personale militare italiano con basi nelle Puglie rifornisce le unità partigiane jugoslave al comando di Tito, per conto degli Alleati


Il fronte militare clandestino di Roma (gen. Bentivegna) con la sua attività informativa salva dalla distruzione la testa di ponte alleata di Anzio (febbraio-marzo 1944)


4000 Italiani in uniforme tedesca (Whermach) difendono Praga nell’aprile 1945. Fatti prigioni dai Sovietici, ricevono un trattamento particolare, diverso da quello riservato ai tedeschi, più benevolo e comprensivo


Le Divisioni “Friuli” e “Cremona” liberano la Corsica dall’8 al 21 settembre 1943 e consegnano l’Isola alle forze Francesi sopraggiunte Hanno oltre 700 morti e 100 feriti


La Divisone “Perugia” rimane in armi (oltre 10.000 uomini) nell’area di Santi Quaranta fino al 3 ottobre 1943, 8 giorni dopo la resa della Divisione Acqui, in attesa dell’arrivo dei soccorsi promessi dall’Italia, su ordine del Comando Supremo italiano a Brindisi